Cosa non va con la “Vecchia Mobilità”

Facciamo una chiara distinzione tra quello che chiamiamo “vecchia mobilità” e “nuova mobilità”. La differenza tra le due è piuttosto semplice. E sostanziale.

La vecchia mobilità è la forma che hanno assunto le politiche, le pratiche e le idee dei trasporti a partire dalla metà del ventesimo secolo, quando cioè vivevamo tutti in un universo che era, o perlomeno sembrava essere, libero da restrizioni. Ci serviva bene, anche se creava delle aspettative delle quali spesso non eravamo consapevoli. Era un mondo molto diverso. Ma quel mondo è finito. E non tornerà più.

Il pianeta era enorme, gli spazi immensi e aperti, l’energia abbondante ed economica, le risorse infinite. L'”ambiente” non era una cosa di cui preoccuparsi, il “clima” riguardava solo le previsioni del tempo, la tecnologia era in grado di affrontare qualsiasi cosa con un costante flusso di soluzioni, i costruttori riuscivano a risolvere i problemi che creavano gli ingorghi espandendo infinitamente la capacità stradale nei punti critici, la crescita veloce e la sensazione eccitante che davano le continue innovazioni mascheravano una buona parte di quello che in fondo non era così positivo.

Ma questa non è la realtà del trasporto del XXI secolo, soprattutto nelle nostre città che sono sempre più poveramente servite non solo dalle attuali infrastrutture; ma anche dal pensiero e dai valori che le ispirano. Allo stesso modo le aree rurali soffrono e si trovano sprovviste di una pianificazione coerente. Oggi viviamo in un universo completamente differente, e i limiti che prima non percepivamo nemmeno o ignoravamo, stanno emergendo come i blocchi costitutivi delle politiche e delle pratiche del trasporto in questo nuovo secolo.

E’ il momento di cambiare. E il cambiamento deve cominciare da noi. Siamo noi il problema. Ma siamo anche parte della soluzione.

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