50 km/h per una società non più dipendente dal petrolio

– Glenn Lowcock

Anno dopo anno diventa sempre più chiaro che il costo del petrolio non solo continuerà a crescere ma anche che le sue riserve, dalle quali dipende la nostra economia, stanno costantemente diminuendo. Nuovi giacimenti naturalmente potranno essere utili ma le stime più ottimistiche indicano un preoccupante e sempre più ampio divario tra domanda e offerta. Gli oleodotti non si prosciugheranno da un giorno all’altro ma dato che Cina e India reclamano la fetta che giustamente spetta loro siamo tutti costretti a rivedere il nostro utilizzo del greggio e a pensare a come gestire le cose con meno risorse. Molte meno.

Sui consumi complessivi di petrolio il trasporto incide per una percentuale considerevole. Oltre a questo il trasporto dipendente dal petrolio e le pesanti infrastrutture che ne sono conseguenti influiscono in profondità su tutti gli aspetti della nostra vita. Attraverso tutto il XX secolo il petrolio ha reso possibile percorrere distanze sempre più grandi e, quasi di nascosto, ha creato il mondo nel quale noi ora viviamo – socialmente, economicamente e culturalmente.

Così, come è stato il trasporto alimentato dal petrolio che ha modellato la nostra società, credo che sia al trasporto che oggi dobbiamo guardare per individuare la “società postpetrolifera” di domani. Il suggerimento è semplice anche se può non sembrare facile; dobbiamo utilizzare i limiti di velocità come uno strumento per il cambiamento sociale, portandolo a 50 km/h. Un tale drastico cambiamento richiederà un’applicazione graduale negli anni, con limiti di velocità progressivamente decrescenti, per es. prima a 90 km/h, poi a 70 e infine a 50. La sua applicazione probabilmente richiederà anche l’adozione di limitatori di velocità sulle automobili, mentre il governo dovrà attuare una politica coordinata che preveda, insieme al rallentamento dei flussi veicolari, anche l’espansione della rete ferroviaria e la ristrutturazione di città e cittadine.

Così quali potrebbero essere le conseguenza di un simile rallentamento generale?
Nella gestione delle nostre vite, fare la spesa, lavorare, passare del tempo con la nostra famiglia, un tempo ragionevole di viaggio richiede approssimativamente un’ora. Mentre un viaggio in auto di un’ora copre oggi 80-100 km, se venisse applicata questa proposta tale distanza verrebbe ridotta a poco più di 40 km. Una zona più ristretta e più localizzata.

Dato che nei trasporti come in molte altre cose il tempo è denaro, un aumento dei tempi di viaggio aumenterà i costi dei beni trasportati su lunghe distanze. Beni e servizi prodotti localmente diventeranno quindi relativamente più convenienti e potrebbero competere con quelli provenienti da lontano senza il bisogno di ulteriori regolamentazioni dei prezzi. Gli alimentari specialmente, dato che la loro importazione da altre parti del pianeta non sarebbe più praticabile, saranno rimpiazzati con prodotti coltivati “in casa” o nelle immediate vicinanze. I recenti aumenti dei costi del carburante significano che il trasporto a basso costo è giù una cosa del passato e si sta assistendo ad un aumento generalizzato dei prezzi degli alimentari. Una appropriata regolazione che tenga davvero conto delle distanze di trasporto naturalmente è il miglior modo per accelerare questo processo.

Con una riduzione delle potenziali distanze percorribili, ci sarebbe l’aumento delle opportunità di telelavoro e il pendolarismo su lunghe distanze diventerebbe un’eccezione piuttosto che la norma. Contemporaneamente a questo molte persone sentiranno il bisogno di vivere più vicino ai loro luoghi di lavoro. Mentre il mondo del lavoro di riorganizza per soddisfare i bisogni giornalieri e settimanale all’interno di un raggio di 40 km, le città svilupperanno un mix residenziale e commerciale più accentuato, stimolando processi di reintegrazione dell’utilizzo degli spazi pubblici urbani.

C’è una logica sotto la quale viviamo secondo la quale che dato che possiamo percorrere grandi distanze, DOBBIAMO percorrere grandi distanze. Il greggio è il collante che tiene insieme luoghi molto distanti tra loro in modo da non lasciarci altra scelta che quella di guidare per chilometri per andare al supermercato, all’ospedale, a scuola e a divertirci. In un “ambiente da 40 chilometri” questo processo si invertirebbe e le scuole locali, i piccoli ospedali e il commercio ritornerebbero nelle nostre piccole cittadine spogliate di tutto. Dato che i motivi per i quali viaggiamo saranno gradualmente rimossi, ci sarà semplicemente meno bisogno di viaggiare e quindi meno spostamenti.

Ci saranno tanti modi attraverso i quali le nostre vite si adatteranno alla nuova scala di grandezza e cominceremo ad avere più interesse nell’assicurarci che le zone nelle quali viviamo siano piacevoli, sicure e adatte a venire indicate con il termine di “casa”. Diventeremo più consapevoli di chi ci vive vicino e si svilupperà un più alto livello di coesione sociale, facendo un reale passo in avanti verso una società più attenta ai bisogno dei suoi componenti. La politica locale diventerà più importante.

Dove 30 anni fa i negozi all’angolo scomparvero, nell’era della comunicazione digitale e senza fili potrebbero ricomparire in prima linea di una nuova modalità di interazione commerciale. Sostenuti dagli ordinativi via internet i negozi di quartiere, “micro-magazzini di distribuzione” alle estremità di ogni via sarebbero gli strumenti per spostare beni e servizi dal produttore al consumatore.

Piazzate un ordine on line la sera e il mattino dopo vi recate semplicemente al negozio presso il primo incrocio a ritirare la vostra spesa in un paio di sacchetti. Una rete in qualche modo simile a quella del servizio postale, con qualche furgone ad adempiere al ruolo oggi svolto da enormi parcheggi stracolmi di auto private.

Oltre il limite dei 40 km il trasporto di altri prodotti costerebbe comunque di più. I beni durevoli dovranno essere progettati per avere un tempo di vita più lungo e dovranno essere riparati piuttosto che sostituiti – con evidenti e reali benefici per l’ambiente.

Anche se l’”ambiente di 40 km” potrebbe sembrare difficile, le persone sono piene di risorse e la società come la conosciamo non precipiterà nel caos. Ci saranno sicuramente parecchi cambiamenti, ma la vita di paesi, città e campagne rimarrà gestibile. Ci saranno alcune cose che oggi facciamo e consideriamo garantite che non saranno più possibili. Regolari vacanze all’estero, frutta esotica dall’Africa, lavorare a 80 km da casa, guidando la macchina imbottigliati nel traffico sognando una vacanza in Tibet o alle Maldive. Ma molto di quel modo di vivere rallentato che molti cercano in paesi esotici sarà accessibile proprio sotto casa quando lo stress e l’iperattività del vivere urbano apparterranno al passato e la vita innesterà una marcia più corta. Un diverso equilibro tra vita e lavoro significa che potremmo anche essere un po’ più poveri finanziariamente ma molto più ricchi sotto molti altri aspetti.

A livello nazionale le ferrovie dovrebbero provvedere ai viaggi oltre l’ambiente locale. Chiederanno certamente un alto livello di investimenti pubblici, ma i soldi continuamente spesi per estendere indefinitamente la rete stradale sarebbero più che sufficienti a garantire la copertura finanziaria dei costi.

Per quel che riguarda gli spostamenti aerei, il carburante per l’aviazione è già molto caro e una adeguata tassazione su di esso porterà automaticamente alla sua fine l’era dei voli a basso costo. Se venissero introdotto tasse sui costi ambientali l’industria aeronautica andrà sicuramente incontro a una contrazione di enormi dimensioni.

I governi hanno sempre usato le leggi come un mezzo per incoraggiare o scoraggiare determinati comportamenti, come per esempio le tasse e le restrizioni d’età per la vendita di sigarette o la bassa o nulla tassazione sulle energie rinnovabili. Il controllo della velocità stradale sarebbe un altro esempio di questo utilizzo della legislazione come strumento di cambiamento sociale. Mentre molte discriminazioni legali sono di natura finanziaria il limite di velocità di 50 km/h interesserebbe in egual misura il ricco come il povero.

Innumerevoli città in tutto il mondo stanno adesso utilizzando velocità ridotte come strumento nella lotta contro l’inquinamento, la congestione e gli incidenti stradali e come un incentivo all’utilizzo del trasporto pubblico. L’Irlanda ha introdotto un limite di velocità di 20 miglia orarie (circa 30 km/h) a Dublino e sta pensando di estenderlo in tutte le città della nazione. È chiaro tuttavia che questa politica non è pensata come strumento per ridurre il consumo di combustibili fossili, così la riduzione della velocità non è ancora vista come uno strumento per ricercare il cambiamento sociale.

In tutto questo resta la grande domanda: come faremo a spostarci sulle strade? Un limite di velocità di 50 km/h o anche inferiore renderebbe la fissazione dell’industria automobilistica sulla motivazioni di status, velocità e glamour piuttosto irrilevanti, dato che il valore d’uso di moltissime vetture verrebbe drasticamente tagliato – come sta già succedendo con le automobili più grosse e assetate di benzina. I costruttori si orienterebbero verso piccoli veicoli a basso consumo di energia, che sarebbero molto più efficienti di quelli attuali progettati per velocità di crociera che sono mediamente due o anche tre volte più alte del limite di velocità proposto. La gente sceglierà anche di spostarsi di più a piedi e forse ricorrerà ad altre forme di “trasporto lento”, come una bicicletta equipaggiata con un piccolo motore a benzina per le salite. Forme più lente di trasporto su strada diventeranno improvvisamente più praticabili: pedalare a 20 km/h diventa molto più sicuro e realizzabile se ci si trova tra automobili che non superano i 50 all’ora.

Una velocità di spostamento più bassa non è una ricetta per la fine della civiltà come la conosciamo. Al contrario, il costante aumento del costo del petrolio sta già cambiando le nostre vite, che ci piaccia o no, e mettere a punto un’approccio controllato a quanto è inevitabile ci permetterà di andare avanti al passo che sceglieremo noi.

E’ impossibile indovinare i futuri sviluppi dell’industria dei veicoli super efficienti o a combustibili alternativi, ma se insistiamo sul mantenere la loro velocità sopra i 100 km orari i loro costi finanziari e ambientali non li renderanno adatti alla sostituzione delle attuali automobili. Come ho già sostenuto, il bisogno reale è quello di programmare uno spostamento verso un’economia a basso utilizzo di petrolio e per questo non c’è una risposta sostenibile che ci permetta di continuare con gli schemi di spostamento attuali. Dobbiamo invece semplicemente ristrutturare la società in maniera da evitare la necessità di parecchi spostamenti, e contemporaneamente apportare reali benefici sociali; si tratta di due facce della stessa medaglia.

Il pianeta si sta surriscaldando e il petrolio sta diventando scarso – due buone ragioni per pensare a come vogliamo che sia il nostro futuro. E’ abbastanza semplice: se rimaniamo dipendenti dal petrolio, quando questo finirà tutto dovrà fermarsi. Stiamo assistendo ai primi segnali di uno spostamento dell’economia mondiale da una situazione di abbondanza di combustibile a una nella quale il petrolio sarà un bene molto prezioso. Una strategia di accettazione di parziale riduzione dei nostri spostamenti potrebbe essere davvero una opzione realistica.

L’autore:
Glenn Lowcock
ha studiato architettura alla Architectural Association di Londra e attualmente lavora nel campo dell’archiettura del paesaggio in East Sussex.

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