Riciclaggio fai da te. Il flirt tra WWF e Ikea.

– Fred Pearce, guardian.co.uk

Magazzini enormi nelle periferie cittadine irraggiungibili con il trasporto pubblico, vendita di articoli confezionati utilizzando legname importato illegalmente e ambigui tentativi di partecipare all’Earth Hour del WWF.

Chi è questa IKEA che sta provando a truccare le carte cercando di dipingersi di verde?

Conoscerete questo posto. E’ quello dove vi portate in macchina durante i weekend per riempire casa vostra con pezzettini di legno provenienti da paesi lontani.

Questa settimana ci hanno regalato il loro pesce d’aprile, grazie a una campagna pubblicitaria sul lancio di una nuova “auto Leko in scatola di montaggio” che una volta svelato il mistero è risultata essere un servizio francese di car-sharing computerizzato. Non un nuovo servizio, ma un servizio già esistente dedicato ai clienti Ikea con lo scopo di farne arrivare ancora di più nei loro punti vendita.

Sono chiaramente a favore del car-sharing. Qualunque cosa possa servire a tenere basso il numero di automobili che intasano i parcheggi Ikea deve per forza essere buona. Ma si tratta solo di una decorazione “verde” su un affare che può funzioanre solo persuadendo la gente a fare lunghi viaggi alimentati da combustibili fossili per comperare determinati prodotti.

La cruda statistica che sta anche in fondo al comunicato stampa della multinazionale dice che il “5.8% dei clienti di Ikea France usano già una forma di trasporto condiviso per raggiungere il loro punto vendita preferito”. Quindi il 94.2% non lo usa. Stimando (sicuramente in eccesso) un 4% di sfigatissimi pedoni e ciclisti, significa che circa il 90% va all’Ikea in automobile.

Questo è il problema, Ikea. Costruisci i tuoi magazzini in posti disgraziatissimi mal serviti da qualunque servizio di trasporto pubblico. Appioppi un sovrapprezzo da paura a chi non vuole portarsi i tuoi mobili a casa per conto proprio (nel mio caso £ 60, faccio notare). E poi provi a guadagnare punti in ecologia rendendo leggermente meno difficile raggiungere i tuoi negozi in una maniera ambientalmente accettabile. Non funzionerà.

La trovata del car-sharing fa parte di una più ampia strategia piuttosto sconclusionata di riciclaggio verde dell’immagine che sta andando avanti da qualche tempo. La settimana scorsa il sito della multinazionale annunciava che “Ikea ha aderito all’edizione 2009 dell’Earth Hour voluta dal WWF”.

Si tratta di un evento annuale promosso dall’associazione ambientalista nel quale si viene spronati a tenere spente tutte le luci di casa per un’ora come sostegno alla causa della riduzione dei gas serra. Quest’anno l’iniziativa era fissata per le 20.30 del 28 marzo.

Ikea non ha spento tutte le luci dei suoi negozi. Avrebbe potuto essere controproducente per i loro affari. Invece ha “ridotto l’illuminazione interna ai punti vendita ai livelli minimi compatibili con il mantenimento di un ambiente lavorativo sicuro per lavoratori e clienti”. Non dovrebbe farlo sempre? O, dato che solo metà dei loro negozi restano aperti a quell’ora del Sabato, non potevano spegnere tutti gli altri? Solo un’ipotesi.

In qualunque caso non sono assolutamente sicuro dei motivi per cui il WWF abbia autorizzato l’Ikea dalle luci accese a utilizzare il logo del panda per fare pubblicità alla sua “adesione” (senza ovviamente ottemperare agli obblighi che ne conseguono) alla Earth Hour. E nemmeno perchè abbia fatto pubblicità gratuita all’Ikea sul suo sito internet solo per avere timidamente aderito alla Earth Hour.

O meglio, effettivamente penso di essere abbastanza sicuro. Ikea e il WWF hanno una relazione d’affari sul lungo periodo. Ikea ci mette i soldi e qualche iniziativa “ambientalista”, mentre il WWF ci mette la reputazione verde e qualche consiglio ecologista.

Il logo del WWF è ovunque sul sito Ikea. E Ikea si trova ovunque sul sito del WWF.

Ci sono state alcune questioni piuttosto spinose discusse negli ambienti dell’associazionismo ecologista a proposito di questa relazione. Per esempio, l’Environmental Investigation Agency ha recentemente sottolineato che Ikea non è nemmeno riuscita a bloccare l’utilizzo di legname di importazione illegale nei suoi mobili, specialmente quelli di provenienza cinese.

Peggio ancora, la multinazionale si è opposta attivamente alle proposte di legge USA mirate a contrastare l’importazione di legname abbattuto illegalmente. A meno che Ikea non riesca a bloccarle, qualunque negozio Ikea degli Stati Uniti sarà obbligato a tenere traccia scritta del percorso che il legname fa, dall’albero al mobile.

Anche se altre ditte dichiarano di essere perfettamente in grado di rispettare questi requisiti, Ikea sostiene che “tentare di registrare queste informazioni per certificare tutti i passaggi della catena commerciale fino all’abbattimento di ogni albero è irrealistico”.

Per irrealistico, leggeto caro. Forse il WWF dovrebbe restituire i soldi della sponsorizzazione e chiedere a Ikea di spenderli nel controllo della catena commerciale. O anche questo è “irrealistico”?

Fred Pearce è uno scrittore ambientalista autore di “The Last Generation: How nature will take her revenge for climate change”

Questo articolo è stato pubblicato su guardian.co.uk il giorno 2 aprile 2009 a cura di Fred Pierce. Potete vedere l’articolo originale qui.

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