Pedalare e curare

Uno dei temi che ci piacciono molto è la trasmissione Sud/Nord delle idee e degli esempi. Quanto segue parla di uno dei tanti messaggi che ci arrivano dal Sud del mondo sul quale qualsiasi comunità del Nord farebbe bene a riflettere.

Un miliardo di persone bisognose vivono in Africa e quando si tratta di mobiltà sostenibile non trovano un grande aiuto dal Nord benestante. Non è che abbiano bisogno che noi gli mandiamo tutte le nostre ricchezze, non è questo il punto. E’ il nostro esempio che conta. Cominciamo a dare dignità ai comportamenti sostenibili e sani sulle nostre strade e avremo fatto la nostra parte. Gail Jennings ci racconta di orgoglio ciclistico e pregiudizi in Sud Africa.

Pedalare e curare

– Gail Jennings, Eyes on the Streets Seniin Capetown

CAPE TOWN, Aug 5 (IPS) – Tutte le mattine una elegante processione lascia gli uffici di MaAfrika Tikkun a Delft, Città del Capo; si dirige verso l’uscita su vialetti sconnessi tra vibrazioni e scossoni; quindi, come si trova sull’asfalto, si sparpaglia verso ogni angolo della città…

“Quelli sono mos kwaai jong (davvero molto fighi) – guidano una bicicletta adesso..” commenta con un pizzico di invidia un passante.

In una zona dipinta dalla stampa come in mano alla criminalità, disperata e degradata, gli assistenti domiciliari della ONG di MaAfrika Tikkun viaggiano lungo le vie tra case e baracche senza preoccupazioni sulle loro Afrikebikes single-speed, nere ed eleganti, i loro portapacchi pieni di attrezzatura per l’assistenza sanitaria di base a domicilio.

“La gente dice che assomiglia alle biciclette del passato”, dice Esmeralda Piers, che ha cominciato a lavorare come assistente nel 2006. “Tutti ne vogliono una. Noi le chiudiamo, ma la gente le vede quasi come un’ambulanza e per questo nessuno ce le ruberebbe”.

Piers è stata una dei 108 dipendenti di MaAfrika Tikkun a ricevere una bicicletta negli ultimi mesi del 2008, donata dal progetto BikeTown Africa, concpeito negli USA. Obiettivo del progetto è quello di fornire 1000 ulteriori biciclette ai lavoratori della sanità entro il 2009.

Gli assistenti effettuano visite a domicilio, medicano ferite e si assicurano che le persone con malattie croniche (come TBC, diabete, HIV e AIDS assumano la terapia prescritta. Svolgono anche funzioni di monitoraggio sulla crescita e il benessere dei neonati.

Piers ha vissuto a Delft per 19 anni, e come la maggior parte dei suoi colleghi era abituata a spostarsi a piedi da un paziente all’altro. “Si va piano, ci si stanca, e qualche volta bisogna correre per arrivare in tempo,” dice. “Se vuoi prendere un taxi devi pagarlo di tasca tua”.

Il governo sudafricano paga gli assistenti domiciliario in cambio di un numero minimo di visite giornaliere effettuate che possono variare da quattro a dieci, in base al livello di assistenza necessario. Ma qualche volta gli assistenti non riescono a effettuare nessuna visita, dice Beryl van den Heever, che gestisce l’equipe di MaAfrika Tikkun. “Spesso il solo lavare e ascoltare un solo paziente richiede molto tempo. Qualche volta i nostri assistenti riuscivano a visitare adeguatamente solo cinque pazienti”.

“Oggi i nostri operatori vedono dalle 8 alle 12 persone al giorno, passano più tempo con ogni paziente e possono rispondere alle emergenze più velocemente…”

I servizi sanitari domiciliari giocano un ruolo vitale nel migliorare la salute pubblica e nell’alleviare la pressioni sui servizi sanitari ambulatoriali e residenziali, dice Faiza Steyn, responsabile della comunicazione per il dipartimento della salute della provincia di Western Cape.

Solo nel Western Cape nell’ultimo anno c’è stato un incremento dell’83 per cento nel numero degli assistenti domiciliari accreditati presso le ONG, che hanno fornito assistenza a più di 24mila persone durante lo stesso periodo.

Queti assistenti lavorano principalmente in tre aree: quella che il dipartimento della sanità chiama la “deospedalizzazione”, cioè pazienti dimessi dagli ospedali che hanno ancora bisogno di cure; sostegno continuativo in particolare per le malattie croniche, la TBC, il diabete, l’ipertensione e il disagio psichiatrico; e campagne di educazione sanitaria.

Charles Rosant, nei suoi tre mesi di servizio, ci racconta come gli è capitato di visitare un paziente la cui casa era totalmente sprovvista di generi alimentari. “Come potevo chidergli di assumere i farmaci senza mangiare?”

“E’ la possibilità di aiutare queste situazioni che ti fa alzare tutte le mattine” dice Rosant, che saltò in sella e corse al primo negozio a comperare del pane per il suo paziente. “Camminando avrei potuto tornare solo il giorno dopo”.

In un’altra occasione, l’equipe di assistenti domiciliari di Delft riuscì a radunare ulteriori colleghi quando ebbero bisogno di creare un’ambulanza improvvisata per portare un paziente in ospedale. “Non saremmo in altro modo riusciti a raccogliere tanta gente così velocemente”, racconta Piers.

Ma non si muovono così in fretta da non essere più capaci di fermarsi, chiacchierare e rimanere parte della loro comunità. “Pedaliamo con sufficiente lentezza perchè la gente possa uscire di casa, fermarci e farci delle domande”, dice Piers. “Possiamo ancora dare dei consigli ‘in corsa’.”

In termini di energia spesa per distanza percorsa, un ciclista occasionale può andare quattro volte più lontano in bicicletta che a piedi, dice Bradley Schroeder di BikeTown Africa, e portare con sè un peso 5 volte maggiore. In termini di velocità andare a 16 km/h richiede lo stesso sforzo che andare a 4 km/h a piedi. Le biciclette inoltre sono, tra i mezzi di trasporto, quelli con il minor bisogno di manutenzione.

Sedici chilometri è la distanza media che percorre tutti i giorni Trudy Makerman per effettuare il suo giro di visite come assistente domiciliare – partendo da casa, passando da tutti i pazienti, e tornando di nuovo a casa.

Makerman opera nel distretto agricolo di Robertson, nel Western Cape. Insieme a Stoffel Klein e Nicolene Regue della Robertson’s Rural Development Association percorre lunghe distanze – 10-20 km – su ripide strade bianche per visitare bambini e malati cronici.

Nel novembre del 2008 l’associazione ricevette delle biciclette dal programma governativo Shova Kalula. Da allora l’equipe è stata in grado di visitare da 500 a 550 pazienti al mese (e di passare più tempo con ognuno di essi – dato che non è necessario sbrigarsi per arrivare in orario alla fattoria successiva), rispetto ai 100-200 pazienti che riuscivano a vedere spostandosi a piedi.

“Camminare non era il grosso problema,” dice Makerman. “Era lo zaino quando la giornata era calda. Il lavoro comincia alle 8 di mattina e termina alle 12.30. Per quell’ora eravamo molto stanchi. Mi sarebbe piaciuto riposare tra un paziente e l’altro, non avevo sempre energie sufficienti per affrontare subito la visita successiva”.

La sua bicicletta le consente anche di uscire di casa più tardi al mattino e di rientrare prima alla sera, dandole più tempo da dedicare alla famiglia e a se stessa.

“La mia bici è proprio adatta alle mie esigenze”, dice Makerman. “La gente può anche dire che sono troppo vecchia (ha 43 anni) e chiedermi perchè non mi prendo un’auto. Ma la mia bici mi consente di alleviare lo stress. Fa bene a me e ai miei pazienti. Tutti i lavoratori della sanità dovrebbero averne una!”
Piers trova anche un risparmio personale nell’uso della bici. “Vado a trovare amici e parenti a Belhar, vado a fare la spesa… ogni volta risparmio almeno 30 rand (circa 3 euro) di taxi.”

Porta spesso anche i suoi figli sulla bicicletta, ma solo su quella vecchia – “I miei figli di 9 e di 6 anni stanno entrambi benone sulla bici, ma non userò mai il mio mezzo di lavoro per questo.”

“Non si tratta della bicicletta” dice.”Alcune persone vogliono diventare assistenti domiciliari solo per averne una, ma per noi si tratta solo della cicliegina sulla torta. Quando qualcuno mi ringrazia per un lavoro ben fatto, lo so perchè lo sto facendo. E la bici mi aiuta a farlo meglio.”

Links: Gail Jennings of Mobility Magazine in Capetown e IPS.

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