Sauditi vittime di Kyoto? – Una campagna di aiuti umanitari

I sauditi sono terrorizzati dall’idea che potremmo davvero ridurre la nostra dipendenza dal greggio. E chiedono risarcimenti: lanciamo una campagna di aiuti umanitari?

Grazie allo scrittore e giornalista Jay Bookman e al New York Times, da oggi abbiamo un altro incubo a ossessionare le nostre notti. Qualsiasi riduzione del nostro consumo di combustibili fossili, attraverso misure come quelle sostenute da Nuova Mobilità e da altri, sarebbe da considerare una forma di furto. Quel che è giusto è giusto, così vediamo bene di cosa si tratta. Preparate il libretto degli assegni.

Dal New York Times, 14 ottobre

I sauditi chiedono risarcimenti per eventuali flessioni delle esportazioni di petrolio.

– by Jad Mouawad and Andrew C. Revkin

L’Arabia Saudita sta provando a coinolgere gli altri paesi produttori di petrolio a sostegno di un’idea provocatoria: se i paesi industralizzati dovessero ridurre il loro consumo di petrolio per ridurre il riscaldamento globale, dovranno sborsare dei risarcimenti ai produttori.

E’ una posizione che la ricca petrolmonarchia ha assunto da parecchi anni. Anche se non ha avuto successo, è spesso riuscita a ritardare o rompere le discussioni. In questo momento l’Arabia Saudita sta di nuovo tornando alla carica su questo problema in vista dei negoziati di dicembre a Copenhagen.

Il responsabile della delegazione saudita, Mohammad al-Sabban, ha fatto sapere che si tratta di una conditio sine qua non per permettere ai sauditi di partecipare ai negoziati, proprio in un momento nel quale gli stati partecipanti stanno studiando le reciproche posizioni prima dell’incontro di fine anno.

“Ottenere aiuto come paesi esportatori di petrolio attraverso investimenti stranieri, trasferimenti di tecnologie e finanziamenti nel perseguimento di una diversificazione del nostro sistema economico è per noi di fondamentale importanza” ha dichiarato al-Sabban.

Questa posizione dei Sauditi è periodicamente emersa come un punto di discussione fin dal primo summit sul cambiamento climatico tenutosi a Rio de Janeiro nel 1992. Ora sta emergendo di nuovo con il tentativo dell’Arabia di unire i paesi produttori per ottenere dei vantaggi dal vertice di Copenhagen.

I paesi esportatori da lungo tempo utilizzano tattiche ostruzionistiche durante i colloqui per il clima. Vedono qualunque tentativo di ridurre le emissioni di CO2 da parte dei paesi industrializzati come una minaccia alle loro economie.

Secondo gli arabi la Convenzione ONU sul cambiamento climatico del 1992 contiene delle condizioni che richiederebbero un risarcimento nei confronti dei paesi produttori.

Mr. Sabban ha definito la sua posizione ai negoziati sul clima di Bangkok tenutisi all’inizio del mese.
Gli ambientalisti denunciano il fatto che la scelta dei sauditi ha ostacolato l’assistenza alle nazioni più povere che stanno già soffrendo degli effetti del cambiamento climatico, e che hanno davvero bisogno di aiuti finanziari.

“E’ come se l’industria del tabacco chiedesse dei risarcimenti per le mancate entrate conseguenti all’attuazione di politiche volta a ridurre il rischio sanitario del fumo”, ha detto Jake Schmidt, il direttore delle politiche internazionali sul clima del Natural Resources Defense Council. “La cosa peggiore è che queste richieste hanno di fatto impedito per anni di sviluppare adeguatamente dei sistemi di finanziamento per i paesi più vulnerabili”.

L’Arabia Saudita dipende moltissimo dalle esportazioni di greggio, che rappresentano la maggior parte del bilancio statale. L’anno scorso, quando i prezzi del petrolio raggiunsero il loro massimo storico, le entrate della monarchia si gonfiarono del 37%, fino a raggiungere la cifra record di 281 miliardi di dollari, secondo la banca saudita Jadwa Investment. Quattro volte più alto delle entrate del 2002.

Per il 2009 è atteso un calo delle entrate da esportazioni che si attesteranno intorno ai 115 miliardi di dollari.

L’oscillazione annuale delle entrate saudite dimostra come il prezzo del greggio sarà probabilmente un fattore determinante il futuro del regno, molto più di qualsiasi vincolo sulle emissioni di gas serra, ha dichiarato David G. Victor, un esperto di energia all’Università di San Diego, California.

Victor considera la posizione saudita niente più che una trovata pubblicitaria, sostenendo che la reale minaccia per i paesi esportatori di greggio viene dal miglioramento nell’efficienza dei consumi di petrolio e da crescenti obblighi di utilizzo di combustibili alternativi nel settore trasporti, fattori che entrambi ridurrebbero il bisogno di prodotti petroliferi.
“Gli esportatori di greggio, secondo me, hanno sempre sopravvalutato gli effetti a breve termini dei limiti alle emissioni di CO2 sulla domanda di petrolio”, dice Victor. “Per i sauditi potrebbe trattarsi di un motivo per rompere le trattative, ma i sauditi non sono dei protagonisti di primo piano in questo processo. In un certo senso, un segnale che gli accordi sul clima hanno efficacia è che i grandi esportatori di idrocarburi li odiano.”

Un recente studio dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, consulente dei paesi industrializzati, ha calcolato che, paragonati a uno scenario nel quale non si riuscisse a raggiungere un accordo, gli introiti dei paesi OPEC diminuirebbero del 16 per cento dal 2008 al 2030 qualora il mondo decidesse di abbattere le emissioni.

Ma con i prezzi del greggio previsti a 100 dollari al barile, l’agenzia per l’energia stima un aumento delle entrate per i paesi OPEC di 23mila miliardi di dollari per lo stesso periodo.

Al-Sabban, comunqueo, ha citato uno studio meno recente di Charles River, un’agenzia di consulenza, secondo il quale il calo delle entrate per i soli sauditi sarebbe di 19 miliardi di dollari all’anno a partire dal 2012

I colloqui di Copenhagen sono stati al centro delle discussioni dell’ultima conferenza OPEC.

Non tutti i paesi esportatori hanno sposato la posizione Saudita. Alcuni hanno tentato un approccio differente guadagnandosi il sostegno dei gruppi ambientalisti. Per esempio l’Ecuador, il più recente membro dell’organizzazione, si è dichiarato disponibile a sospendere le ricerche di petrolio nella foresta amazzonica in cambio di qualche forma di risarcimento.

Il negoziatore Saudita ha detto che i meccanismi di compensazione sono parte integrante dell’accordo sul cambiamento climatico in vigore fin dagli anni novanta e che non sono da rimettere in discussione.

“Se vogliamo ridurre al minimo gli impatti sulle nostre economie e sulla nostra gente abbiamo bisogno di seguire dobbiamo seguire e influenzare seriamente il processo,” ha detto Al-Sabban in una mail agli altri rappresentanti OPEC. “Questo non significa che vogliamo ritardare qualsiasi progresso o che non vogliamo sottoscrivere gli accordi internazionali. Lo faremo se li riterremo giusti ed equi e non trasferiranno solo su di noi l’onere del cambiamento.”

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Grazie a Jay Bookman per la segnalazione su questa importante notizia. Jay è un blogger che si occupa di relazioni internazionali e di temi relativi all’ambiente e alla tecnologia. Potete andare a trovarlo su http://blogs.ajc.com/jay-bookman-blog\

Qui potete vedere l’editore di World Street, sopraffatto dall’angoscia mentre prova a immaginare come mai farà a trovare i soldi per risarcire quelle enormi perdite conseguenti alle iniziative che promuove e appoggia. (Avrebbe davvero dovuto pensarci prima…)

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