Per una vera difesa dell’occupazione

Nuova Mobilità aveva già pubblicato un intervento di Lee Schipper a altri apparso sul Washington Post che contestatava i presupposti “ecologisti” che ispirano le politiche degli incentivi alla rottamazione. Oggi un intervento di Guido Viale, apparso sul numero di Carta del 22 gennaio, che ne contesta i presuppposti volti alla difesa dei posti di lavoro e allo stimolo della domanda e propone delle alternative più percorribili.

Riconvertire Termini Imerese
NON C’ERA BISOGNO di un mago per prevedere che la produzione automobilistica di Termini Imerese sarebbe stata dismessa. L’industria europea dell’auto aveva, già prima della crisi, un eccesso di capacità produttiva del 30 per cento. Ha resistito [in realtà è crollata più di qualsiasi altro comparto industriale, per poi riprendersi in parte] solo grazie agli incentivi di Stato. Ma chi compra oggi un’auto sottocosto non la comprerà più domani; quando gli incentivi finiranno, o finirà il loro stimolo, il mercato dell’auto europeo entrerà di nuovo in crisi; e per anni.

Tanto più che le città europee sono intasate dalle troppe auto e i sindaci si danno da fare per ridurne in tutti i modi il numero. Il che non lascia adito a grandi speranze di crescita. «Tirano» solo i mercati dei paesi emergenti [Cina, India, Brasile] ma le auto che si vendono là non sono quelle che si producono qui, anche se la tecnologia è la stessa.


La concorrenza tra i produttori europei, giapponesi, americani e presto anche cinesi sarà sempre più serrata. Sperare che in queste condizioni la Fiat tenga in piedi uno stabilimento dove, per ragioni logistiche, produrre un’auto costa mille euro più che altrove, è stato un inganno di chi a suo tempo lo aveva promesso e un’ingenuità – o un chiudere gli occhi per dilazionare la resa dei conti – da parte di chi lo ha creduto; o fatto credere nel «mago» che
aveva promesso di risanare il gruppo senza tagli.

Non è così. I tagli continueranno. Gli impegni presi oggi su Pomigliano valgono quanto quelli presi a suo tempo per Termini. Ma davvero nelle fabbriche di auto non si possono produrre che automobili? O in quelle di elettrodomestici si possono produrre solo elettrodomestici? Non è
così. Massimo Salvadori ha già ricordato la riconversione produttiva con cui l’industria degli Stati Uniti aveva a suo tempo affrontato lo sforzo bellico della seconda guerra mondiale: in pochi mesi le fabbriche di auto e il loro indotto erano stati riconvertiti per produrre tank, jeep, aerei, cannoni, munizioni e navi. La Germania nazista aveva fatto un’operazione analoga in breve tempo pochi anni prima.


Se si prendesse la minaccia climatica con lo stesso spirito con cui era stata affrontata la guerra – quello che tutti i governi dovrebbero fare e non fanno – la salvaguardia di milioni di posti di lavoro sarebbe automatica, come era successo con lo sforzo bellico degli anni ’40 che aveva posto fine alla depressione del ’29. In realtà, qualcuno, dal basso, ha dimostrato
di poterlo fare. L’Electrolux di Scandicci, condannata alla chiusura, è stata convertita alla produzione di pannelli fotovoltaici, dopo essere stata occupata dagli operai – con il sostegno di sindacati e amministrazione locale – perché diversi comuni toscani si sono impegnati a garantire a questa produzione uno sbocco [senza peraltro sborsare un euro, utilizzando gli incentivi in conto energia e i finanziamenti privati da questi garantiti].
A questo punto si sono fatti vivi anche gli imprenditori disposti a «rischiare» su un’iniziativa dal sicuro successo.

La Ford di Blanquefort, in Francia, anch’essa dismessa, è stata convertita, come racconta Daniel Cohn Bendit nel suo ultimo libro «Che fare?», alla produzioni di componenti per turbine eoliche. In Italia, solo per fare qualche esempio, quasi quarant’anni fa la Fiat aveva messo a punto il Totem, un impianto di cogenerazione [elettricità più calore] «tascabile», ricavato dal motore della 127: grande esempio di efficienza energetica. Ne sono state prodotte e installate poche centinaia di esemplari, poi il progetto è stato soffocato. Adesso la Volkswagen ha messo a punto un impianto analogo ricavato dal motore della Golf e intende venderne centomila esemplari.

Quarant’anni fa la Fiat produceva ancora motori marini: la tecnologia da cui sono stati ricavati quasi tutti gli impianti di cogenerazione di media potenza che possono fornire calore, aria condizionata, freddo, sterilizzazione, con rendimenti altissimi. Oggi li importiamo tutti.

Venti anni fa il nostro paese era all’avanguardia nel campo dell’energia fotovoltaica. Poi la materia è stata affidata all’Enel e oggi importiamo dalla Grecia persino i pannelli solari termici [quelli per l’acqua calda: un tubo sotto una lastra di vetro!]. E via di questo passo.

L’Italia ha un’industria meccanica tra le prime del mondo e le risorse tecniche e impiantistiche per mettersi al passo con la sfida energetica del secolo. Ma ha lo zero assoluto in fatto di politiche industriali e resterà impigliata per anni nella rincorsa al gigantismo nucleare, pericoloso, costoso e inefficiente.

Così vanno in malora complessi industriali come quello di Termini Imerese e mille altre fabbriche in via di dismissione. Marchionne ripete da mesi che lo stabilimento deve essere riconvertito, ma non ha fatto niente in proposito, aspettando che sia la Regione a prendere l’iniziativa: la Fiat produce automobili e continuerà a produrne quante e dove «il mercato» le consentirà di farlo.

La proposta di una riconversione deve venire da altri. Lombardo, il presidente della Regione Sicilia, si è fatto «sponsorizzare» da Jeremy Rifkin – forse il massimo propagandista mondiale della nuova era energetica – che ha presentato la Sicilia come una regione all’avanguardia in campo energetico, come Letizia Moratti era riuscita a far dire ad Al Gore – altro mostro sacro dell’ambientalismo mondiale – che Milano, la città più inquinata d’Europa, è una capitale ecologica. Ma entrambi – Lombardo e Moratti – non hanno mosso un passo nella direzione promessa.

La nostra politica ambientale ed energetica è tutta spettacolo; e i risultati si vedono! Le riconversioni produttive vere vanno concepite, progettate e costruite dal basso con tutti i soggetti interessati, a partire da coloro che rischiano il posto di lavoro, senza illuderli sulla continuità di produzioni che non hanno avvenire; e coinvolgendo tecnici, progettisti, manager, imprese dell’indotto. E soprattutto promuovendo dal basso il mercato. Quello delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica ha un grande futuro, quali che siano le decisioni che i governi prendono – o non prendono – nei loro vertici; mentre il mercato dell’automobile ha solo un grande passato dietro le spalle, qualsiasi cosa facciano i governi per sostenerlo.


Guido Viale è stato uno dei leader del Sessantotto. Vive a Milano dove lavora per una società di ricerche economiche e sociali. Fa parte del Comitato tecnico-scientifico dell’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente (Anpa). Collabora con i quotidiani La Repubblica e il Manifesto.
Tra le sue opere ricordiamo:
Tutti in taxi, Feltrinelli, Milano 1996;
Vita e morte dell’automobile, Bollati Boringhieri, Torino 2007.

Rispondi