L’inferno è un anello a senso unico

Installiamo semafori e segnali di stop per rendere più sicure le nostre strade urbane, convertiamo le vie a doppio senso in sensi unici per permettere alle auto di spostarsi più velocemente. Quasi sempre queste deicisioni vengono prese non sulle basi di una comprensione a tutto campo della rete stradale nel suo insieme, nè di una filosofia esplicita su quelli che dovrebbero essere i valori e le priorità da perseguire, ma sempre a spizzichi e bocconi, una alla volta, come se non si trattasse di intervenire su parti di un tutto più ampio. Tutto questo rende la nostra rete stradale pronta per essere ripensata e riprogettata. Quello che segue è una riflessione da Londra.

L’inferno è un anello a senso unico.

Stephen Bayley, The Times

E’ giunta la fine del viaggio per le strade a senso unico. Transport for London, forse il più grande gestore di sistemi a senso unico al mondo, ha finalmente riconosciuto una dolorosa verità da tempo risaputa da pedoni straziati, ciclisti ammaccati e automobilisti infuriati: i sensi unici non funzionano. Le città sono state inutilmente sacrificate ai falsi dei della razionalità e dell’efficienza. Adesso vogliamo vedercele restituite.

Dopo il dibattito del 2006 Tottenham Court Road – e presto anche Piccadilly, Pall Mall, Gower Street e la celeberrima Wandsworth (un’eterna gelatina di metallo caldo e gente irritata) – torneranno a essere strade a doppio senso. Così un esperimento disastroso è giunto al termine dopo 50 anni di frustrazioni. Una cultura che vedeva la velocità come misura del successo e il volume come misura della ricchezza sta per essere dismessa.

Questa è una metafora potente per il futuro più liberale, ragionevole, responsabile, politicamente leggero che ci dicono ci stia aspettando. Sicuramente il passato a senso unico ha creato delle assurdità di cui potevamo fare a meno.

Cosa c’è di più esasperante di un segnale di senso vietato? Questa rappresentazione dell’universale frustrazione urbana venne standardizzato dalla Lega delle Nazioni nel 1931 (l’anno nel quale la stessa inutile organizzazione di burocrati si girava dall’altra parte di fronte all’invasione giapponese della Manciuria).

Le strade non sono naturali; sono invenzioni dell’uomo. E le strade dedicate al traffico pesante sono invenzioni tipiche del XIX secolo quanto lo sono la macchina da scrivere e il motore diesel. Le strade a senso unico furono il tocco finale, ora obsoleto, alle strade pensate come delle strutture per la comunicazione. Rimangono come preoccupante ricordo di preoccupazioni svanite, valori alieni e obiettivi irrilevanti e senza speranze.

Il concetto prese piede con le più buone intenzioni. Albemarle Street a Mayfair diventò a senso unico nel 1808 quando le folle che presenziavano alle lezioni di Samuel Taylor Coleridge alla Royal Institution resero necessaria la pianificazione del traffico. Ma la moderna teologia della gestione del traffico data solo 1963 qundo Colin Buchanan, un progettista urbano, pubblicò il suo rapporto – rovinosamente influente – “Traffic in Towns”.

Il traffico su ruote si è sempre mescolato alla vita urbana fin dal tempo degli Etruschi, ma il prof. Buchanan fece una grande eccezione a quest’idea e cercò, con grande e atletico zelo, di separare la gente dalle automobili, il modo migliore per permetterci di spingere sull’acceleratore. L’atteggiamento ufficiale verso le automobili nel 1963 era curiosamente simile alle idee vittoriane sulla prostituzione: un misto di accettazione e disgusto.

Con una fissità di propositi meritevole forse di interpretazioni freudiane, Buchanan volle vie pedonali, sovrappassi e tangenziali. L’affascinante confusione del paesaggio urbano accumulatasi nel tempo doveve essere normalizzata. Le città dovevano essere immunizzate dall’intimità, dalla sorpresa e dal rischio. Entrarono in scena il Sig. Cittadino e la Sig.ra Cittadina che sfrecciavano sulle superstrade urbane in una bizzarra distopia dove il vostro salotto su quattro ruote vi conduceva verso un destino Ballardiano in un isolato di grattacieli (dove potevano essere perpretati crimini innominabili).

Nelle città, il falso Dio del Senso Unico fu un agente del cambiamento che alla prova dei fatti si rivelò catastrofico. Questo, ovviamente, fu l’esatto momento nel quale altri visionari pensarono saggio decimare letteralmente il sistema ferroviario nell’interesse dell'”economia”. La M25 del lunedì mattina tra gli incroci 8 e 9 in direzione nord è un ottimo ricordo di queste persone. Mentre l’inferno di Wandsworth, Vauxhall Cross o Hammersmith lo è di Buchanan.

I sistemi di circolazione a senso unico sono sbagliati perchè controintuitivi e cercano di imporre al comportamento umano una logica che non gli è propria, qualcosa che è tanto più interessante quanto più è irrazionale. C’è sicuramente qualcosa di perverso nel concetto di “anello a senso unico”. Suggerisce qualcosa di circolare come i gironi dell’inferno e implica involontariamente l’idea di infinita e inutile ricerca di una meta impossibile.

Entrare in qualunque anello a senso unico significa entrare in trattativa con l’aggressione urbana e le soluzioni unidmensionali degli ingegneri del traffico. Alla ricerca di qualcosa che sulla carta sembra una buona soluzione ma non funziona nella pratica, questi sinistri anelli generano milioni di chilometri/vettura superflui e migliaia di tonnellate di inquinanti.

E la gente li odia. Meglio ristabilire la darwiniana lotta per la precedenza nelle vie a doppio senso e ricreare delle città che rispondano alla pura anarchia dei propositi individuali, non a dei freddi piani regolatori. Peter Murray, architetto pubblicista e cicloattivista ha creato una serie di placche smaltate che prendono in giro i sensi unici di Londra. Su Fitzrovia dichiara che “fallisce nelle sue aspirazioni di velocizzare il traffico, ma ha un grandissimo successo nel confondere in ugual misura ciclisti e automobilisti”.

I sensi unici erano stati pensti per “ridurre la congestione”. In piena osservanza del modello Orwelliano, hanno ottenuto l’opposto. “Senso unico? Senso sbagliato, torna indietro” come dicono i segnali sulle autostrade americane. Sono felice di vedere che ci siamo.

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L’autore:
Stephen Bayley è stato una volta definito come “il secondo uomo più intelligente della Gran Bretagna”. Questo è discutibile e molto probabilmente falso, ma quello che è certo è che – come autore di più di dieci libri, quasi trenta cataloghi di mostre, innumerevoli articoli, trasmissioni ed editoriali – è uno dei migliori critici mondiali della cultura moderna.

Fonte: http://www.timesonline.co.uk/tol/comment/columnists/guest_contributors/article7097837.ece

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