La bicicletta tra ideologia, pratica quotidiana e geometria urbana.

La bicicletta è un bellissimo oggetto portatore di molteplici significati che oltre a non essere univoci arrivano spesso a confliggere tra loro. E’ quanto è emerso sottotraccia, ma neanche tanto, dall’incontro organizzato dal gruppo modenese “Rimessa in movimento” per la presentazione del libro “La bicicletta” edito dal Mulino e curato dalla Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano. Il lavoro è una raccolta di testimonianze di persone che descrivono la relazione che hanno con questo mezzo di trasporto.

Tra gli intervenuti Stefano Pivato, curatore dell’opera e magnifico rettore dell’Università di Urbino, Camillo Brezzi in rappresentanza dell’Archivio Diaristico, le diariste Ester Maimeri e Silvia Montevecchi che hanno raccontato delle loro esperienze rispettivamente come staffetta partigiana e come ciclista urbana contemporanea, Ugo Berti della casa editrice il Mulino.

La bici “raccontata” quindi da persone molto differenti per età, condizione sociale e – presumo – abitudini di spostamento. Senza entrare nel merito degli interventi dei singoli mi è parso di cogliere una pesante frattura generazionale nella percezione semantica della bicicletta. Per i più anziani è solo un utile strumento legato a una condizione di privazione e di povertà, al massimo un attrezzo che consente di mettere in mostra le proprie capacità atletiche: in entrambi i casi qualcosa che simboleggia soprattutto fatica, rinuncia, eroismo.

Per le generazioni più giovani la bicicletta rappresenta invece uno strumento che permette un’emancipazione da una situazione di dipendenza – esattamente lo stesso significato che i più anziani davano da giovani e danno ancora oggi al trasporto motorizzato privato – e un mezzo di trasporto in grado di soddisfare buona parte dei propri bisogni di mobilità senza tutti i problemi causati dalla motorizzazione privata di massa, fenomeno storico che questa generazione ha subito piuttosto che scelto.

In questo contesto sono da cogliere le dichiarazioni un po’ sopra le righe, a volte inesatte, degli intervenuti. Stefano Pivato ha definito gli anni cinquanta come il periodo “del definitivo tramonto della bicicletta”, ha citato l’avversione alla bicicletta dei movimenti socialisti di inizio secolo XX, che la vedevano come una cosa frivola che distraeva dall’impegno politico,  così come ha ricordato l’ossessione sessuofobica del clero e di buona parte della società che mal vedeva l’utilizzo della bici da parte delle donne e dei preti,

Sull’altro fronte generazionale Silvia Montevecchi ha parlato con entusiasmo delle sue esperienze ciclistiche in giro per il mondo concludendo che arriva a considerare il ciclismo una “religione” e una “nuova resistenza” per cercare un legame con l’esperienza dell’ultraottantenne ex staffetta partigiana Ester Maimieri che, ovviamente, se la rideva sotto i baffi. Una smaccata apologia di questo mezzo di trasporto che Ugo Berti non ha esitato a definire “ideologica”, contrapponendo la posizione di Silvia a quella di Ester, definita “pratica”.

Insomma la sensazione di chi ascoltava era quella di due mondi che, parlando della stessa cosa, non riuscivano a contaminarsi ma rischiavano di finire un contro l’altro armati. Da una parte i ciclisti urbani e il loro fervore missionario a volte un po’ invadente e puritano, dall’altra scafati accademici e uomini di cultura che forti delle loro conoscenze e delle esperienze della loro infanzia – ovviamente negate ai più giovani – tendevano più o meno inconsapevolmente a togliere legittimità a quei significati della bicicletta che più sono potenzialmente portatori di un cambiamento di cui oggi più che mai abbiamo urgente bisogno.

Inutile dire che anche in questo caso “gli ultimi arrivati”, cioè i ciclisti urbani, possano essere tentati di chiudersi a riccio di fronte alla maggioranza schiacciante anche se in continua e lenta erosione che ancora inconsapevolmente vive la bicicletta come un attrezzo sportivo, un mezzo di trasporto per poveracci o un gioco da regalare ai figli a Natale. Il rischio è quello di identificare il mezzo con il fine e fare di questo mezzo di trasporto un idolo da adorare a prescindere dai suoi limiti e dal contesto nel quale viene utilizzato. I termini di Silvia Montevecchi sono illuminanti in proposito e, al di là del reale livello di convinzione dell’interessata, sono sintomatici di un atteggiamento diffuso nel mondo ciclistico, che spesso sfocia in sterili contrapposizioni che servono solo a isolare ancora di più dal “resto del mondo” una parte di società che avrebbe molto da dire.

In realtà la bicicletta non è una religione. E’ semplicemente una scelta razionale e percorribile individualmente – pur affrontando alcuni rischi per la propria incolumità – in risposta a un’organizzazione, questa sì ideologica in quanto non tiene conto di alcuni elementari principi di geometria e di fisica dei corpi, dello spazio urbano voluta da quelle generazioni che si sono affrancate dalla povertà grazie anche alla motorizzazione privata di massa. Per questo la prima domanda che avrei fatto ai relatori nel dibattito che non ha avuto luogo sarebbe stata a Ugo Berti: “perchè considera ideologico un certo uso della bicicletta? Non pensa che sia l’unica cosa da fare, almeno quando possibile, esattamente come era l’unica cosa da fare per Ester entrare nella resistenza? Gli spazi urbani non sono fatti per accogliere i volumi di automobili che oggi li infestano, e la scelta personale di usare la bicicletta per i propri spostamenti può essere un ottimo punto di partenza per cercare delle soluzioni collettivamente condivise?”.

A Pivato avrei ricordato che gli anni cinquanta non sono stati gli anni del “tramonto definitivo” della bicicletta visto che da almeno due decenni questo strumento per poveracci sta vivendo un nuovo rinascimento tra i ceti urbani più agiati e che sia il socialismo che la chiesa hanno poi rivalutato questo mezzo di trasporto dato che don Camillo non suscitò nessuna levata di scudi e che un componente del governo di Salvador Allende, sull’onda della prima crisi petrolifera, arrivò a dire che “il socialismo può arrivare solo in bicicletta”.

Ma mai mi sognerei di dire, soprattutto in un contesto del genere, che la bici è una religione o una nuova resistenza, paragonando in questo modo i ciclisti “buoni” ai partigiani e gli automobilisti “cattivi” ai fascisti. Al massimo il ciclismo è una possibilie soluzione che ben si addice alla nostra condizione di modernità liquida, che si contrappone a quella “solida” dei nostri padri: fruizione di servizi al posto di possesso di beni e maggiore leggerezza possibile. Chissà che l’evoluzione di questa situazione generale non ci porti a rinunciare anche al possesso della bici personale per ricorrere solo a servizi di bike sharing.

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Enrico

Enrico Bonfatti, dopo aver vissuto e lavorato nella industriosa Lombardia, si è ritirato oggi in una ridente frazione montana delle prealpi venete. Ha avuto il privilegio di poter sperimentare la vita senza il possesso dell'automobile per tredici lunghi anni. Ultimamente lo ha perso a causa del mutato contesto nel quale si trova a vivere e delle politiche di smantellamento del trasporto pubblico in atto ormai da diversi anni nel nostro paese e non solo. Ha dato vita a questo blog nell'ormai lontano 2009, spinto dalla necessità di preservare, per quanto possibile, il quartiere dove viveva dal quotidiano assalto delle lamiere.

8 pensieri su “La bicicletta tra ideologia, pratica quotidiana e geometria urbana.”

  1. Non voglio entrare in merito alle critiche rivolte ai contenuti dell’incontro, né a quelle su Berti e Pivato perchè ritengo sacrosanto il diritto di ognuno ad esprimere la propria opinione ma voglio contestare la frase “nel dibattito che non ha avuto luogo”. Il professor Brezzi alla fine dell’incontro ha chiesto se qualcuno voleva intervenire, alcuni lo hanno fatto, perchè tu no?

    1. Questa non voleva essere assolutamente una critica al modo nel quale è stato gestito l’incontro, ma semplicemente un modo per mettere in luce come spesso quando si affrontano questi argomenti si rischia di arrivare a delle posizioni apparentemente inconciliabili pur partendo da presupposti apparentemente comuni. Quello si che auspica è che le due posizioni, i limiti delle quali mi sembra di aver esposto con sufficiente chiarezza, possano trovare una sintesi, visto che hanno in comune molto più di quanto si era portati a pensare ascoltando gli interventi degli oratori e entrambe ugualmente giustificabili, se si guarda alla storia dei singoli e al tipo di linguaggio utilizzato nel dibattito.
      Il fatto che non sia intervenuto è stato perchè per articolare questo discorso, nella propria testa prima che agli altri, sono necessari ben più dei due o tre minuti di tempo che si sono avuti per intervenire. Con questo non voglio assolutamente criticare la gestione dell’evento. Cerchiamo di cogliere qual è il vero oggetto del contendere e di non sentirci feriti ogni volta che si allude senza alcuna malevolenza a qualche presunta pecca del nostro operato. L’incontro è stato davvero interessante , ben preparato e condotto. Ricco di stimoli, come si può vedere da quello che vien fuori in questo post.

      Mi scuso per l’errore nel titolo, nella fretta non mi ero accorto. Lasciamolo lì che errare è umano… per cui possono scappare anche allusioni a dibattiti inesistenti che chiunque più lesto del sottoscritto a formulare i propri pensieri sarebbe stato in grado di stimolare. Mi scuso quindi anche per la frase infelice.

  2. Io invece vorrei entrare nel merito per chiarire: la polemica dell’articolo NON è rivolta alle persone ma in generale al “normale” contesto in cui chi parla di mobilità umana si trova ad operare. 

    Nella loro qualità di Storici sono intervenuti Brezzi e Pivato non certo per proporre soluzioni. In particolare, quando Pivato fa riferimento alla “fine” negli anni ’50 dice (e scrive) esattamente la “fine dell’epoca eroica” ed infatti, nella sua splendida introduzione, delinea come “epoca industriale” quella successiva. L’editore “il Mulino” nella persona di Ugo Berti con un’intelligente provocazione ha surriscaldato gli animi. Ciò che ha detto – Vado in moto. Sono cattivo!- un monito per gli integralisti. Non potrebbe essere altrimenti visto che il libro stesso è stato fatto (nel ruolo di editore) da lui stesso.

    Ciò detto sono d’accordo con Bonfatti che le opinioni in apparenza contrastanti debbano necessariamente conciliarsi nel tentativo di un superamento non già delle nostre singole opinioni, ma dei nostri comuni problemi.

    L’evento voleva delineare il panorama esistente per tracciare indicazioni sul futuro. Ci sarà, comunque, da lavorare.

  3. Grazie Marco e Paolo per aver colto il senso del post. Non voleva essere un attacco alle posizioni di nessuno ma un’analisi di come spesso nel dibattito pubblico, al di là delle intenzioni coscienti dei singoli, si perda di vista la percezione dei reali problemi di fondo che vivono i nostri sistemi di trasporto e le nostre collettività a causa spesso di bisogni identitari che oggi vengono spesso frustrati e ad una gestalt collettiva – condizionata da un imprinting difficile da cancellare e continuamente alimentato dal mercato pubblicitario – formatasi sulla fascinazione che la motorizzazione privata di massa esercitava sulle generazioni che oggi hanno più di cinquant’anni.

  4. In effetti, il problema sostanziale della disgregazione dei temi e dei sensi, è probabilmente un problema più della nostra cultura che non di una “fazione”.

    Anche chi si occupa di mobilità “nuova” (dunque non esistente) non percorre una via comune e condivisa.

    Probabilmente occorrerà far qualcosa in questo senso.

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