Automobilisti in crisi di identità

I ciclisti e gli utenti dei trasporti pubblici sono dei perdenti – giusto? O sono degli snob elitari e con la puzza al naso? Brian Ladd dice che le attitudini delle persone e le loro scelte personali di trasporto sono ispirate da radicate convinzioni sulla rispettabilità, e a questo dovrebbero prestare maggiore attenzione gli urbanisti e gli esperti dei trasporti.

I non automobilisti si chiedono spesso perchè i conducenti di vetture sembrano così poco attenti ai loro bisogni e alla loro sicurezza. Todd Liman del Victoria Transport Policy Institute argomenta con una certa fondatezza che il senso di legittimazione degli automobilisti è il risultato di decenni di pianificazioni e sussidi nascosti che hanno truccato le carte in loro favore, mentre sembravano fare l’opposto. La dipendenza dall’auto, così come la descrive, ha cause strutturali ed effetti psicologici.  I comportamenti, tuttavia, possono essere portatori di un loro peculiare potere. La progettazione urbana e la vita centrata sull’auto hanno reso difficile per gli americani perfino immaginare delle modalità alternative di trasporto. L’idea di andare in giro senza un’automobile è stata semplicemente troppo spaventosamente stigmatizzante per poter essere presa in considerazione. Ma può darsi che questo stia cambiando.

La maggior parte degli americani sanno una cosa dei ciclisti che vedono sulle strade: sono dei perdenti, e grazie a Dio se non siete uno di loro. Dopotutto chi, negli Stati Uniti, va in bicicletta per spostarsi e non solo per divertimento? Per lo più bambini che non hanno l’età per la patente – e ormai nemmeno più molti di loro.  I ciclisti adulti sono visti come persone troppo povere per possedere un’auto o troppo squilibrate per ottenere una patente: disadattati e immigrati neri a cui sfiorate il gomito sfrecciandogli accanto mentre procedono incerti sui margini delle tangenziali. E, come ha fatto notare Tom Vanderbilt in un suo recente post su Slate, Hollywood non fa che rinforzare questo atteggiamento di commiserazione verso chi non ha un’automobile.

 

 

La realtà del ciclismo e dei ciclisti è, ovviamente, più complessa. Ma anche la fantasia lo è. Nelle città americane dove sta riemergendo una cultura della bicicletta i ciclisti hanno acquisito un’immagine completamente diversa: quella di yuppies arroganti. Basta dare un’occhiata alle pagine dei giornali dedicate alla posta e ai commenti dei lettori ogni volta che viene pubblicata una storia riguardante le piste ciclabili o la condivisione degli spazi urbani. Una sequela di proteste degli automobilisti contro questa folla vestita in sintetico che ostacola le persone normali che provano solo ad andare a lavorare: dovrebbero essere banditi dalle strade! La polizia dovrebbe arrestarli! Perchè noi dobbiamo prendere la patente e pagare la tasse quando loro non devono? La vita è così crudele con noi automobilisti! Il risentimento è spesso scioccante, ma i sentimenti provengono dal profondo, anche se una ciclista, appena arrivata a casa dopo il suo quotidiano confronto con la morte, può solo scuotere incredula la testa.

Ma un momento: non erano gli automobilisti a essere superiori? Chi ha la puzza sotto il naso qui? Non potrebbe darsi che gli automobilisti non si sentano più così a loro agio al volante? Diventa più difficile commiserare i ciclisti quando si sospetta che siano loro a poter commiserare voi. Cosa potrebbe pensare un povero automobilista? Ha sempre pensato che i ciclisti non siano che reietti della società, ma adesso non è più così sicuro.

Nei riguardi del trasporto pubblico regna la stessa confusione. Qui la dicotomia è più antica e chiara: autobus contro treni. Da una parte avete l’immagine del tipico utente di autobus (fuori Manhattan e poche altre privilegiate località): il classico perdente. Secondo un detto che circola in Inghilterra, falsamente attribuito a Margaret Tatcher, un uomo che ha raggiunto i trenta e si sposta ancora in autobus può tranquillamente definirsi un fallito. Gli utenti dei trasporti pubblici americani, probabilmente molto più dei loro colleghi americani sono dolorosamente consapevoli di quello che pensano di loro gli automobilisti che passano loro accanto. Doptutto lo hanno imparato al liceo, dove il mondo si divide in ragazzi con l’automobile e quelli condannati a raggiungere la scuola nelle gialle “navette dei perdenti”.

Quando un utente degli autobus di Los Angeles chiese al candidato presidente George W. Bush dei possibili miglioramenti al trasporto pubblico nel 2000 Bush rispose “La mia speranza è che lei sia in grado di trovare un lavoro sufficientemente buon per potersi permettere un’automobile”. Bush era senza dubbio sincero. Come molti Americani – probabilmente la maggioranza – vedeva l’autobus (come la bicicletta) come niente più di un patetico succedaneo dell’automobile.

Sull’altro lato, i treni per pendolari sono sopravvissuti durante tutta l’era automobile in parecchie delle nostre città più vecchie, e la loro utenza ha mantenuto un’immagine di moderata esclusività. Nel periodo, da lungo tempo finito, dell'”auto di famiglia” – cioè quando c’era solo un’automobile per ogni famiglia – la moglie della periferia accompagnava il suo marito in giacca e cravatta alla stazione ferroviaria in modo da poter tenere la station-wagon (che per questo si chiama così) per tutta la giornata. Molte linee ferroviarie suburbane servono ancora una clientela discretamente agiata: basta guardare ai parcheggi circostanti le stazioni. Intanto molte delle città americane sprovviste di queste reti ferroviarie ereditate dal passato stanno costruendo nuove ferrovie leggere, che tentano chiaramente di sedurre una potenziale utenza che possiede un’automobile o comunque in grado di permettersela. Anche dove queste nuove linee non sono in competizione con l’auto per l’utilizzo dello spazio urbano, devono competere per i fondi sempre più scarsi per i trasporti che potrebbero venire utilizzati per costruire nuove strade. Comprensibilmente molti automobilisti sono sospettosi – o semplicemente confusi – di fronte a quelli che paiono essere degli sforzi per rendere più attraente e alla moda il trasporto collettivo.

E’ facile per gli economisti e i pianificatori che macinano cifre ignorare il potere della moda, ma lo facciamo a nostro rischio e pericolo. Le attitudini e le scelte della gente in materia di trasporti sono ispirate da convinzioni radicate sulla rispettabilità. Questo non per suggerire che i vantaggi dell’auto (che siano o meno conseguenti a sussidi nascosti) non siano importanti. Hanno reso facile agli automobilisti americani evitare di contemplare la possibilità di modalità di spostamento alternative. Se possibile, guidate. Qualunque altra cosa sembra poco conveniente, scomoda – e sicuramente imbarazzante. Così l’automobilista medio, come l’apocrifa Margaret Tatcher e il vero George W. Bush, trova i ciclisti e gli utenti degli autobus incomprensibili o da commiserare, e i politici non riescono a trattenersi dall’ostacolare politiche volte a favorirli.

Ma se i ciclisti e gli utenti dei trasporti pubblici non sembrano invidiare più gli automobilisti, questi ultimi potrebbero trovarsi in una crisi di autostima. Nel breve periodo questa insicurezza può sfociare in comportamenti più duri, come quando gli automobilisti ansiosi stringono forte il volante e inveiscono contro queste avanguardie della nuova moda. Ma il cambiamento potrebbe essere imminente. Se il desiderio degli adolescenti di guidare continua a indebolirsi, se Hollywood comincia a presentare biciclette e autobus in un alone più trendy, possiamo intuire che le mode stanno cominciando a cambiare. Se le automobili smettono di essere un’inevitabile cartina di tornasole della nostra rispettabilità – se si può essere “cool” senza possederne una – allora l’industria aubomobilistica potrebbe essere in problemi più grandi di quanto appaia.

L’auto resterà ancora la scelta di trasporto più pratica per molte persone ancora per molto tempo. Ma la rabbia e l’atteggiamento sulle difensive di molti automobilisti è in se stesso unasegnale della rivoluzione culturale in atto.

Articolo originale: The motorist’s identity crisis

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Brian Ladd è uno storico urbano autore del saggio Autophobia: Love and Hate in the Automotive Age.

 

Pubblicato da

Enrico

Enrico Bonfatti, dopo aver vissuto e lavorato nella industriosa Lombardia, si è ritirato oggi in una ridente frazione montana delle prealpi venete. Ha avuto il privilegio di poter sperimentare la vita senza il possesso dell'automobile per tredici lunghi anni. Ultimamente lo ha perso a causa del mutato contesto nel quale si trova a vivere e delle politiche di smantellamento del trasporto pubblico in atto ormai da diversi anni nel nostro paese e non solo. Ha dato vita a questo blog nell'ormai lontano 2009, spinto dalla necessità di preservare, per quanto possibile, il quartiere dove viveva dal quotidiano assalto delle lamiere.

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