Fissazioni monomodali (in)sostenibili

Pubblichiamo oggi questa mail di un ciclista di Portland pubblicata dal blog HumanTransit.org: c’è anche in Italia questo atteggiamento un po’ elitario da parte di alcune frange di ciclisti politicamente attivi? O riguarda solo una minoranza marginale?

Nel mio gruppo di amici (persone istruite tra i 20 e i 40 anni) constato una certa fissazione “monomodale” sul ciclismo, molto simile all’opinione di certi automobilisti che pensano che il loro principale mezzo di trasporto dovrebbe essere il mezzo principale di tutti.  E’ davvero sconcertante che molte persone giovani, benestanti, istruite che vivono a Portland considerino il ciclismo come l’unico legittimo modo di spostarsi per tutti e ovunque.   I miei amici considerano una sciocchezza la mia abitudine di prendere l’autobus per andare e tornare da scuola quando piove o è buio.  Secondo me camminare, andare in bici e usare i mezzi pubblici sono tre modalità di spostamento complementari che possono sostenere uno stile di vita car-free o car-light, ma mi accorgo che, almeno a Portland, ci sono molte persone nella comunità ciclistica che vivono i bus esattamente come le auto: il nemico, o almeno come una possibilità che non vale  la pena prendere in considerazione. Questo potrebbe spiegare gli scarsi investimenti di TriMet (azienda di TPL di Portland, ndt) nella rete di autobus, dato che i giovani politicamente attivi non la difendono.

Quanto è comune questo atteggiamento? E perchè si verifica?

Non c’è niente di male con le azioni di pressione in difesa del ciclismo o di qualunque altra modalità di trasporto fino al momento in cui non ostacolano o sottovalutano le altre possibilità offerte dall’intero pacchetto di opzioni della nuova mobilità. Un’azione di pressione a favore dell’intero spettro di modalità di trasporto alternative non sarebbe molto più efficace di azioni in ordine sparso che si possono anche trovare a confliggere stupidamente?

Pubblicato da

Enrico

Enrico Bonfatti, dopo aver vissuto e lavorato nella industriosa Lombardia, si è ritirato oggi in una ridente frazione montana delle prealpi venete. Ha avuto il privilegio di poter sperimentare la vita senza il possesso dell’automobile per tredici lunghi anni. Ultimamente lo ha perso a causa del mutato contesto nel quale si trova a vivere e delle politiche di smantellamento del trasporto pubblico in atto ormai da diversi anni nel nostro paese e non solo. Ha dato vita a questo blog nell’ormai lontano 2009, spinto dalla necessità di preservare, per quanto possibile, il quartiere dove viveva dal quotidiano assalto delle lamiere.

3 pensieri su “Fissazioni monomodali (in)sostenibili”

  1. Condivido appieno la tua domanda retorica.
    E’ innegabile che esistano certi ciclisti-talebani, integralisti e anche un po’ scassapalle, che credono che con la bicicletta (o dove non arriva questa, il treno) si risolvano tutti i mali del mondo. Purtroppo non è così facile applicare la ricetta, e molte battaglie giuste sulla ciclopedonalità o sulla sostenibilità di un equilibrato sistema dei trasporti (l’integrazione, una chimera) rischiano di essere rovinate per questi atteggiamenti. L’impressione è che certe posizioni oltranziste siano legate ad ogni modo di trasporto: auto, bici, treno, tram… Come tutti gli integralisti, essi non riescono a guardarsi intorno e accettare che ognuno ha diverse esigenze, aspettative e possibilità, e pensano di poter risolvere tutto con UNA soluzione, anziché trovare risposte per ciascuno.
    Grazie!

    1. Non era una domanda retorica. Che certi atteggiamenti integralisti esistano è naturale: probabilmente si tratta di una reazione uguale e contraria all’integralismo camuffato da buon senso che vedeva, fino a pochi anni fa, l’auto come LA soluzione sempre e comunque. La domanda è se siano diffusi al punto da ostacolare la diffusione di modalità di trasporto diverse da quella preferita e la loro integrazione.

  2. Personalmente ritengo che certi integralismi siano marginali e che se riteniamo che possano essere L’ostacolo per la diffusione di altre modalità di trasporto sostenibile, allora probabilmente abbiamo un po’ troppe fette di salame sugli occhi. Generalmente chi impedisce lo sviluppo del TPL sono lobby forti sostenute da multinazionali dell’auto e del petrolio. Dubito che il peso specifico di un gruppetto di giovani ciclisti possa avere lo stesso peso a livello politico.

    In ogni caso, tra i talebani del tram e quelli dell’auto, preferisco sicuramente i primi.

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