Occhi aperti sul consumo collaborativo

La tecnologia rende più facile l’utilizzo condiviso di beni di consumo. Ma nella sua crescita la “sharing economy” comincia a trovare degli ostacoli. Dall’Economist una lucida analisi su quello che è uno dei settori più promettenti anche per una nuova mobilità.

20130309_TQD008_0Perchè dissanguarvi per comprare qualcosa che potete affittare senza grosse spese da uno sconosciuto online? Questo principio soggiace a un’ampia gamma di servizi online che consentono alle persone di utilizzare auto, camere, biciclette, elettrodomestici e altri prodotti mettendo in comunicazione i proprietari di articoli sottoutilizzati con persone disposte a sborsare denaro per potersene servire. Decine di marchi come Airbnb, che permette di affittare le camere libere, o RelayRides grazie al quale potete cedere a noleggio la vostra auto permettono di far incontrare domanda e offerta di risorse trattenendo una piccola percentuale della transazione come compenso.

Questi schemi di noleggio peer to peer garantiscono degli introiti extra per i proprietari e possono essere convenienti ed economici per gli affittuari. Il noleggio occasionale è meno costoso di comperare qualcosa o ndi affittarlo da un tradizionale fornitore come un hotel o un autonoleggio. La rete rende più facile ed economico che mai l’incontro di domanda ed offerta. Gli smartphone con mappe e localizzazione GPS consentono di trovare una stanza o un’auto nelle vicinanze. I sistemi di trust dei social network permettono di valutare l’affidabilità della controparte; i sistemi di pagamento online gestiscono le transazioni. Tutto questo consente e milioni di persone totalmente estranee tra loro di affittarsi reciprocamente le cose. Il risultato è conosciuto sotto diversi nomi: “consumo collaborativo”, “stile di vita asset-free”, “economia collaborativa”, “peer economy”, “economia dell’accesso” o “sharing economy”.

Sicuramente non è una coincidenza che molte iniziative peer to peer hanno visto la luce tra il 2008 e il 2010, subito dopo la crisi finanziaria globale. Alcuni vedono lo sharing con il suo mantra che “l’accessibilità spazza via la proprietà” come un antidoto post-crisi al materialismo e al consumismo. Ci possono essere anche benefiche conseguenze sull’ambiente grazie all’utilizzo più efficiente delle risorse. Qualunque sia la motivazione, il trend è chiaro. “La gente sta cercando di comperare servizi quando ne ha bisogno, piuttosto che cercare di possedere un bene”, dice Jeff Miller, direttore di Wheelz, un servizio di car sharing peer to peer della California.

Nel momento in cui stanno diventando sempre più popolari e numerosi, i servizi di sharing hanno cominciato ad incontrare ostacoli imprevisti. Ci sono interrogativi sugli aspetti assicurativi e di responsabilità legale. Alcuni servizi mancano della regolamentazione specifica per il ramo di attività. I proprietari cercano di imperdire ai loro inquilini di subaffittare le proprietà in violazione dei termini dei contratti. Le autorità fiscali vogliono capire se tutte le entrate provenienti da attività di sharing vengono dichiarate. Nel frattempo i pezzi grossi stanno cominciando a muoversi, dato che grosse multinazionali che finora sono state danneggiate da queste attività cominciano ad adottarne esse stesse il modello. Nella sua crescita, il consumo collaborativo incontra difficoltà crescenti.

I servizi più degni di nota sono di gran lunga quelli correlati all’auto e alle abitazioni. L’esempio più famoso è quello di Airbnb, di San Francisco, che dal 2008 ha aiutato 4 milioni di persone a trovare un alloggio temporaneo – 2.5 milioni nel solo 2012. La gente può affittare qualsiasi cosa, da un letto libero a  un intera villa, stabilendo le tariffe e le regole da osservare (per es. riguardo a fumo e animali domestici). Chiunque cerchi un posto dove stare in una data città può trovarlo tra gli oltre 300mila in 192 paesi disponibili sul sito di Airbnb. Airbnb trattiene una percentuale compresa tra il 9 e il 15% della tariffa. Altri servizi simili sono offerti da Roomorama, Wimdu e BedyCasa

I servizi di car sharing si dividono in servizi peer to peer che prevedono l’utilizzo dell’auto di qualcun altro (Buzzcar, Getaround, RelayRides, Tamyca, Wheelz, WhipCar) e servizi in stile taxi nei quali l’automobilista usa la propria auto per trasportare passeggeri paganti (Lyft, SideCar, Uber, Weeels). Alcuni servizi p2p si concentrano su clientele particolari, come gli studenti, o su particolari tipologie di veicoli, come le auto sportive. I taxi peer to peer utilizzano applicazioni per smartphone dotati di geolocalizzazione insieme a un server centrale per far incontrare autisti e passeggeri.

Tra le variazioni sul tema troviamo DogVacay e Rover, per animali domestici (praticamente Airbnb per cani) e Boatbound che offre la possiblità di noleggio p2p di barche. Si trovano anche servizi per l’affitto di posti auto, di spazi per biciclette, strumenti musicali, kit fotografici, attrezzatura da giardino, elettrodomestici. Tutti sono partiti con l’idea di servire una particolare città o regione. Ma quelli che hanno avuto più successo si sono allargati fino a coprire molte città o intere nazioni.

Tutti questi servizi si appoggiano su punteggi e recensioni reciproche che permettono di costruire un clima di fiducia tra gli utenti. Utilizzare l’appartamento di un estraneo in un’altra città risulta meno ansiogeno quando si possono leggere le testimonianza di ospiti precedenti. Allo stesso modo, prima di accogliere degli sconosciuti a casa vostra è rassicurante sapere cosa dicono i precedenti padroni di casa che hanno avuto a che fare con loro. Molte piattaforme eseguono anche dei controlli di background, esaminando i precedenti di guida dei loro utenti o la loro storia finanziaria. Inoltre alcuni servizi (tra cui Airbnb, RelayRides e Lyft) si integrano con Facebook per permettere a proprietari e utilizzatori di controllare se hanno amici o amici di amici in comune.

“Non avremmo potuto esistere dieci anni fa, prima di Facebook, perchè la gente non aveva neanche la concezione della condivisione” dice Nate Blecharczyk, uno dei fondatori di Airbnb. Airbnb non chiede ai suoi utenti di connettere i loro account con Facebook, ma quando la gente si accorge di avere degli amici in comune con altri utenti si apre a maggiori possibilità. Grazie ai social media, dice David Lee, fondatore e manager di SV Angel, uno dei primi investitori in Airbnb, “la gente si sente più a proprio agio nell’incontrare estranei attraverso la mediazione della tecnologia”. Garantire una piattaforma sicura per le transazioni finanziarie è vitale, dice, ma creare una comunità affidabile è altrettanto importante quando si tratta di attirare nuove persone.

Shelby Clark, fondatore di RelayRides, dice che la sua azienda controlla i trascorsi di guida dei suoi utenti, ma si appoggia sulle loro recensioni quando si tratta di valutare la pulizia sia di auto che di autisti. Questi sistemi, dice, tendono a creare delle regole che allineano utilizzatori e proprietari, perchè temono ripercussioni in termini di recensioni negative: gli altri utenti saranno meno disposti ad entrare in contatto con loro o potrebbero essere addirittura espulsi. Travis Kalanik, direttore di Uber, un servizio che fa incontrare automobilisti e passeggeri, diche che il sistema delle recensioni ha come conseguenza che automobilisti con punteggi bassi non durano tanto, mentre passeggeri maleducati difficilmente trovano un passaggio.

Molti sistemi non garantiscono una conferma immediata quando un utente richiede di utilizzare qualcosa, permettendo al potenziale fornitore del servizio di decidere se accettare o no la richiesta, basandosi sui punteggi del richiedente, recensioni o altri fattori. Vedrsi opporre un rifiuto non è una bella esperienza, ma di solito non c’è possibilità di lamentarsi, perchè solo le persone che attivano una transazione possono recensirsi a vicenda.  Un’altra caratteristica di questi servizi è che gli utenti con molte recensioni vengono richiesti di più, mentre quelli senza recensioni non sono molto attraenti. Blecharczyk dice che Airbnb raccomanda ai nuovi entrati di stabilire prezzi “meno aggressivi” per incoraggiare i potenziali affittuari che potrebbero evitare un posto non recensito. Non appena arrivano le prime recnesioni, dice, le richieste possono anche decuplicare, e quindi i proprietari possono aumentare i loro prezzi.

I – continua

Articolo originale: All eyes on the sharing economy, the economist.

Pubblicato da

Enrico

Enrico Bonfatti, dopo aver vissuto e lavorato nella industriosa Lombardia, si è ritirato oggi in una ridente frazione montana delle prealpi venete. Ha avuto il privilegio di poter sperimentare la vita senza il possesso dell'automobile per tredici lunghi anni. Ultimamente lo ha perso a causa del mutato contesto nel quale si trova a vivere e delle politiche di smantellamento del trasporto pubblico in atto ormai da diversi anni nel nostro paese e non solo. Ha dato vita a questo blog nell'ormai lontano 2009, spinto dalla necessità di preservare, per quanto possibile, il quartiere dove viveva dal quotidiano assalto delle lamiere.

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