Mobilità: serve un cambio di paradigma.

di John Whitelegg
Questo breve contributo a un importante dibattito ormai di lunga data suggerisce di abbandonare il paradigma della mobilità e la sua sostituzione con qualcosa di più  intelligente, etico, salubre, responsabile fiscalmente e orientato alle persone. Il paradigma della mobilità è un fenomeno globale. Potremmo sostenere che nacque in Germania o nel Regno Unito, ma questo non è importante. Può essere definito come l’assioma indiscutibile che viaggiare sempre più lontano e sempre più veloce rinchiudendosi in diverse forme di mobilità ad alto consumo energetico sia una buona cosa per l’economia e il progresso umano. Questo è sbagliato.

Io desidero promuovere l’abbandono del paradigma della mobilità e la sua sostituzione con qualche cosa che massimizzi i benefici per tutti i settori sociali a livello globale e locale minimizzando i costi. Per comodità mi riferirò a questo qualcosa come al paradigma dell’accessibilità.
Il mondo sviluppato ha adottato il paradigma della mobilità come un componente chiave del moderno stato nazionale. È saldamente ancorato alla maggior parte degli aspetti della politica, dei budget di spesa e della pubblica opinione. Tutti i paesi hanno la loro lista dei desideri di progetti ed investimenti volti ad aumentare la mobilità. Questi includono più spazio stradale, più aeroporti, più alta velocità ferroviaria e forti incentivi finanziari attraverso investimenti e sussidi a favore del fondamentale obiettivo dell’incremento della mobilità. La mobilità occupa ormai stabilmente la prima posizione nelle priorità ideologiche. Più mobilità suona semplicemente “buono”. La lista delle associazioni che ispira è davvero impressionante; porta con sè più libertà, più destinazioni da poter visitare, più possibilità di vivere a grande distanza dal luogo di lavoro e una maggiore scelta in fatto di istruzione, abitazione e salute, indipendentemente dalle distanze che ne conseguono.
 Portare una sfida a questo paradigma non sarà mai facile ma possiamo iniziare identificando le conseguenze estremamente negative che derivano dall’incremento di mobilità e la misura con il quale questo è sostenuto da enormi investimenti pubblici e da una totale trascuratezza per la giustizia sociale o per una spesa che sia in qualche modo definita da parametri di equità. In qualunque società la spesa per molti – i poveri, gli anziani, i ragazzi, i disabili) – non è adeguata a soddisfarne i bisogni. Essa è pesantemente dirottata verso coloro che utilizzano molto l’automobile, coloro che vogliono spostarsi molto velocemente spendendo molto su linee ferroviarie ad alta velocità e in aereo. Questa distorsione esclude coloro ai quali farebbe comodo riuscire a spostarsi a piedi o in bici verso una destinazione nelle vicinanze o desidererebbero vivere in situazioni con meno inquinamento, rumore e rischio per la vita.
Ci sono molte alternative al mondo ad alta mobilità attualmente sul mercato. Il mio scopo principale è quello di definire l’accessibilità come un sostitutivo totale della mobilità, ma le alternative sono già state individuate da altre prospettive tra le quali quelle architettoniche (Gehl, 2010), sociali (Illich, 1974 e Honore, 2005) e politiche (Sachs, 1993). Holzapfel (2011)ha analizzato nel dettaglio gli stretti legami tra urbanistica e trasporti ed attraverso un’analisi storica e culturale ha mostrato perché le cose sono andate nel modo “sbagliato” e come le città possano essere riprogettate per creare ambienti di vita di qualità. Le alternative alla mobilità non si limitano a ridurre o eliminare le conseguenze negative dei progressivi aumenti di mobilità che si verificano anno dopo anno. Modificano il sistema politico, economico e sociale nel suo complesso in modo da renderlo più gentile, più supportivo della vita delle comunità locali e rispettoso più delle persone che della capacità di spostarsi su grandi distanze con mezzi motorizzati. I tratti essenziali di questo fondamentale cambio di paradigma sociale sono stati riassunti da Sachs (1993) nei “quattro meno” definiti come un “nuovo sentiero per il buon vivere”:
• nel tempo: meno velocità, intesa come più lentezza e più affidabilità
• nello spazio: meno distanza, intesa come più vicinanza e più rimozione di ostacoli
• nel mondo materiale: meno confusione, inteso come più semplicità e sobrietà
• nell’economia: meno mercato, inteso come possibilità per gli individui di provvedere direttamente ai propri bisogni.
Queste sono le caratteristiche essenziali di questo cambio di paradigma ormai ampiamente dovuto.
Il paradigma della mobilità dovrebbe venire cancellato e sostituito da un paradigma dell’accessibilità che garantisca strutture pedonali e ciclabili di qualità, servizi di trasporto pubblico e sanitari per tutti i gruppi sociali e geografici e per tutti i livelli di reddito. Il paradigma dell’accessibilità richiede una modifica nel modo di pensare e nella volontà, un cambiamento nella destinazione dei budget di spesa e un forte impulso verso la giustizia sociale che manca nella maggior parte dei paesi. Sarebbe in grado di mettere a disposizione più destinazioni per la maggior parte delle persone di quante ne mette a disposizione il paradigma della mobilità. Si baserebbe sul presupposto che la distanza non è un bene di consumo primario da acquistare ogni anno in dosi sempre maggiori e che il totale delle distanze che percorriamo non ha niente a che vedere con la qualità della vita, la soddisfazione, la felicità, la salute o la possibilità per una comunità di prosperare. Possiamo tutti quanti vivere vite più soddisfacenti e produttive in comunità che ci sostengano con livelli più bassi di percorrenze chilometriche e questo è l’obiettivo della cancellazione della mobilità (cioè dell’aumento continuo delle distanze percorse) e la sua sostituzione con l’accessibilità (cioè la possibilità di raggiungere più destinazioni pagando un prezzo minore in termini ambientali, finanziari e di tempo).
Questa trasformazione richiederà un nuovo modo di vedere le cose e di immaginare il tipo di società a cui vogliamo dare forma. Come punto di partenza suggerisco tre parametri minimi e due massimi:
I minimi
  1. Azzeramento dei livelli di inquinanti nelle città.
  2. Azzeramento delle emissioni di CO2 dai trasporti.
  3. Azzeramento dei morti e dei feriti gravi sulle strade.
 I massimi
  1. Massimizzare la percentuale di spostamenti a piedi, in bici e con i trasporti pubblici.
  2. Massimizzare la possibilità per bambini ed anziani di spostarsi un ambiente calmo, sicuro e piacevole.
Riferimenti
  • Gehl, J (2010) Cities for People, Island Press
  • Holzapfel, H (2011) Urbanismus und Verkehr, Vieweg+Teubner
  • Honore, C (2005) In praise of slow: how a worldwide movement is challenging the cult of speed, Orion
  • Illich, I (1974) Energia ed equità (Elogio della bicicletta) Bollati Boringhieri
  • Sachs, W (1993) Die vier E’s: Merkposten fuer einenmassvollen Wirtschaftsstill. In Politische Oekologie 11 (33), Munich; citato in Schneidewind, U and Zahrnt, A (2014), Oekom Verlag, Munich

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L’autore

Direttore esecutivo di Eco-Logica, John Whitelegg è docente di Trasporti Sostenibili alla John Moores University di Liverpool, di Sviluppo Sostenibile allo Stockholm Environment Institute e fondatore ed editore del Journal of World Transport Policy and Practice. I contributi apparsi su WTPP hanno coperto campi come il cambiamento climatico, la salute pubblica, la giustizia sociale e hanno sempre sottolineato l’urgente necessità di abbandonare il tradizionale paradigma dei trasporti (più lontano e più veloce è meglio) per sostituirlo con qualcosa di più sostenibile per tutti a prescindere dal reddito, dall’età, dalle condizioni di salute, dal genere e dal luogo di residenza.

John ha recentemente terminato un saggio, “Mobility” che verrà presto pubblicato in ebook e del quale potete apprezzare i contenuti qui e l’introduzione qui.

Questo articolo è la traduzione di una sua relazione tenuta a Erfurt il 13 marzo 2015 (qui l’originale).

È contattabile a johnwhitelegg@phonecoop.coop

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