La sicurezza dei ciclisti non passa per l’obbligo del casco

Alla fine degli anni 80, volendo fare qualcosa per prevenire incidenti come quello capitato a suo figlio – investito da un’automobile mentre andava a scuola in bicicletta – Rebecca Oaten diede inizio a una campagna per promuovere l’uso del casco obbligatorio per i ciclisti neozelandesi. Nel 1994 il suo desiderio divenne realtà e l’uso della bici senza casco divenne illegale in tutto il paese.

Vista isolatamente questa sembra una conclusione logica e perfino lodevole che ha portato a un cambiamento legislativo che salva molte vite. Ma se reagiamo a questi incidenti a prescindere dal contesto rischiamo di causare più morti di quanti ne evitiamo.

Per esempio nel Regno Unito, rispetto ad altri paesi europei, i ciclisti pendolari avvertono molto il bisogno di proteggere fisicamente il proprio corpo nel tentativo di garantirsi l’incolumità. Eppure nonostante i loro sforzi questo paese presenta uno dei più alti tassi – tuttora in crescita – di ciclisti uccisi in incidenti stradali. Già di per sè questo dato dovrebbe dirci qualcosa.

In tutto il mondo i paesi con l’utilizzo più intenso di accessori per la sicurezza sono quelli più pericolosi per i ciclisti. Ovunque l’uso del casco sia stato reso obbligatorio, non c’è stato un corrispondente calo dei traumi cranici a meno che non si sia verificato anche un calo dello share modale della bicicletta.

In Italia muoiono sulle strade ogni anno 250 ciclisti, quasi tutti in conseguenza di uno scontro con un veicolo motorizzato, caso nel quale la protezione offerta dal casco è trascurabile.

A questo punto di solito si sente obiettare che “anche se salvasse una sola vita, ne vale la pena”. I dati ci dicono che dove l’uso del casco è stato reso obbligatorio, l’uso della bici è calato in modo significativo (un’indagine condotta a Melbourne prima e dopo l’introduzione della legge ha rilevato una diminuzione delle bici in circolazione pari al 42% per i bambini e al 29% per gli adulti). Bè, se non vanno più in bici, almeno hanno smesso di morire. Qui entrano in gioco conseguenze inattese.

Secondo l’OMS l’inattività fisica causa più di 3 milioni di morti all’anno e le persone non sufficientemente attive presentano un rischio di morte del 20 o del 30% maggiore di chi si muove con regolarità. Solo in Italia le morti conseguenti a un tasso di attività fisica insufficiente sono 28mila all’anno, circa il 5% del totale dei decessi. Per quanto riguarda specificamente il ciclismo uno studio dell’Università di Glascow ha rilevato che i ciclisti pendolari dimezzano quasi (41% in meno) le probabilità di morte per cause oncologiche e cardiache rispetto agli automobilisti. Qualunque misura che riduca chiaramente la probabilità di spostarsi in bici quasi sicuramente finirà per uccidere più persone di quante ne salvi.

Cosa dire quindi di Mrs Oaten e della sua campagna? Cosa sarebbe successo se la sua legittima rabbia per il terribile incidente occorso a suo figlio si fosse diretta non a proteggere la gente in caso di incidente ma alle cause dell’incidente, cioè l’automobilista che ha investito da dietro suo figlio mentre pedalava verso la scuola? Cosa sarebbe successo se la sua campagna avesse promosso la riduzione dei limiti di velocità o il divieto alle auto nelle aree prospicienti le scuole? Misure per rendere le vie sicure per i bambini che vogliano fare cose normali con abbigliamento normale? Immaginate quante vite avrebbe potuto salvare.

È quello che avvenne negli anni settanta nei Paesi Bassi e oggi più del 50% degli studenti vanno a scuola in bici in sicurezza. Immaginate la riduzione della congestione se la metà dei bambini italiani non fossero portati a scuola in macchina.

Quindi se volete indossare un elmetto fatelo, come fate qualsiasi cosa vi faccia sentire sicuri, ma non lasciate che l’attenzione venga dirottata lontano dagli elementi che realmente garantiscono una sicurezza complessiva.

Un pensiero su “La sicurezza dei ciclisti non passa per l’obbligo del casco”

  1. Fortunatamente non ci sono più solo i poco protettivi ed anche scomodi caschetti, ma veri e propri airbag per testa e collo dei ciclisti. Vedi hovding.com

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