Vietiamo le bici! È un grosso errore promuovere il ciclismo.

Sicuri in bicicletta?

“I politici di tutto il mondo fanno a gara per rendere le loro città più ciclabili. Più ci riescono, più le cose si complicano… Le piste ciclabili consumano più spazio di quello che liberano, causano ulteriore inquinamento e prosciugano le finanze pubbliche”.

Mr. Lawrence Solomon, direttore esecutivo dell’ Urban Renaissance Institute, da: http://business.financialpost.com/opinion/lawrence-solomon-ban-the-bike-how-cities-made-a-huge-mistake-in-promoting-cycling

A questo punto potete chiudere questa pagina per non dover subire il supplizio di quelle che probabilmente considerate delle farneticazioni; oppure potrebbe sorgere in voi la curiosità di sapere come questo signore porta avanti la sua sfida alle vostre convinzioni. I commenti sono più che benvenuti.

“La bicicletta ha percorso una lunga strada iniziata negli anni ottanta quando i ciclisti cominciarono a organizzarsi in gruppi (tra i quali anche il mio, Energy Probe) per opporsi alle politiche che li discriminavano. Nel linguaggio di oggi la bicicletta rappresentava la “tecnologia appropriata”: una macchina correttamente dimensionata che spargeva sulla città benefici economici ed ambientali. Senza nessuna spesa per i contribuenti, la bicicletta toglieva automobili dalle strade decongestionandole; riduceva le emissioni del traffico migliorando la qualità dell’aria; riduceva il bisogno di parcheggio migliorando l’efficienza nell’uso dello spazio urbano; infine contribuiva anche a tenerci in forma.

Oggi la bicicletta è un potpourri di attributi, di solito più negativi che positivi. In molte città le piste ciclabili consumano più spazio di quello che liberano, riducono ma anche aumentano l’inquinamento (ndt: dato che le piste ciclabili tolgono spazio al traffico che deve muoversi più lentamente – nell’originale viene spiegato per esteso), danneggiano i quartieri residenziali come quelli commerciali, sono diventate una peso per le finanze pubbliche. È diventata – o meglio le infrastrutture al suo servizio sono diventate – l’esempio di “tecnologia inappropriata”, una buona idea rovinata da una progettazione insostenibile, elitaria e applicata a casaccio.

Londra, dove l’ex sindaco Boris Johnston diede inizio alla “rivoluzione ciclabile”, mostra dove può portare la strada verso il baratro. Anche se tra le elite è ancora un tabù assumere un atteggiamento critico verso il ciclismo, si sta preparando un contraccolpo, con molti cittadini che denunciano il peggioramento della congestione in conseguenza della proliferazione di piste ciclabili. Mentre le biciclette beneficiano del privilegio di sfrecciare nel traffico su piste ciclabili per lo più inutilizzate per la maggior parte della giornata – tra queste quelle che Transport for London definisce “cycle superhighways” – le automobili sono state ficcate in spazi ridottissimi che le costringono a muoversi come bradipi.”

le automobili sono state ficcate in spazi ridottissimi che le costringono a muoversi come bradipi

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Paragrafi di chiusura:

“Ma l’opposizione più accanita al ciclismo potrebbe avere un carattere culturale. I ciclisti sono spesso visti come una minoranza dai modi affettati, autoreferenziale e privilegiata. Nel Regno Unito i ciclisti sono presi in giro con il termine “mamils” (uomini di mezza età in Lycra); nei centri urbani USA vengono visti come la riserva dei “bianchi con i colletti bianchi” che causa gentrificazione. Quasi ovunque sono visti come maleducati e come una minaccia alla sicurezza dei pedoni. Almeno due città del Regno Unito hanno bandito le biciclette dai centri urbani e ultimamente il governo del Nuovo Galles del Sud in Australia ha deciso di vietare alle bici (ma non alle auto, alle moto, ai camion o ai tram) il passaggio su una popolare arteria di Sydney molto utilizzata dai pendolari su due ruote. Il governo ha dichiarato di voler facilitare gli spostamenti dei pedoni. Sono in progetto altri divieti per le bici nel centro di Sydney.

I politici di tutto il mondo fanno a gara per rendere le loro città più ciclabili. Più ci riescono, più le cose si complicano.”

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L’autore (da Wikipedia):

Lawrence Solomon è uno scrittore canadese e direttore esecutivo di Energy Probe, una Ong che si occupa di politiche ambientali. I suoi scritti compaiono in diversi quotidiani tra i quali The National Post dove tiene una rubrica. È autore di diversi saggi su energia, sprawl urbano e riscaldamento globale tra i quali ricordiamo The Conserver Solution (1978), Energy Shock (1980), Toronto Sprawls: A History (2007), e The Deniers (2008). Solomon è contro l’energia nucleare a causa dei suoi costi eccessivi, è uno scettico a proposito del cambiamento del clima ed è molto critico sugli approcci governativi riguardanti le problematiche ambientali.

5 pensieri su “Vietiamo le bici! È un grosso errore promuovere il ciclismo.”

    1. Può essere. Il problema è capire perché molti stanno sempre in macchina: non sempre è una questione di scarsa sensibilità o intelligenza; ho la sensazione che molto più spesso sia un problema di responsabilità collettive non affrontate nelle giuste sedi e pilatescamente scaricate sulle singole sensibilità individuali. Mi viene in mente un post di molti anni fa riportante una breve storia illustrata di mobilità sociale, autore: J.J. Sempè. Non è molto lontana dalle considerazioni che fa questo signore. https://nuovamobilita.com/2011/03/30/una-breve-storia-di-mobilita-sociale/

  1. Se vogliamo interpretare questo articolo come una esortazione a regolare la congestione delle nostre città con criterio, l’articolo secondo me dice cose assolutamente sensate. Non mancano gli esempi: per esempio nella città dove risiedo, Genova, la vecchia amministrazione ha realizzato piste ciclabili ridicole e completamente inutili, mentre la nuova ne vuole introdurre di più consistenti, ma in una realtà dove le bici sono utilizzate in maniera marginale e dove la mobilità privata resta sempre privilegiata rispetto a quella pubblica.
    Il rischio è che si assista ad una levata di scudi da parte dei cittadini che si vedrebbero privati di spazi destinati a corsie perennemente vuote, con la conseguenza di creare una opinione pubblica ancora più contraria.
    Anche a Roma mi pare velleitario introdurre tale tipo di mobilità prima di aver fatto interventi importanti di moderazione del traffico (TPL, Zone30, politiche di park pricing, …)
    L’articolo sbaglia, secondo me, nel limitarsi a considerare semplicemente l’equazione “meno spazio = più congestione”: in questo stesso blog si è riportato che togliere spazio al traffico privato ha, paradossalmente, effetti benefici sullo stato della città.
    Per concludere, la cura per ridurre la congestione delle nostre città dovrebbe prevedere prima il potenziamento del TPL, la creazione di assi di qualità, il pagamento della sosta in centro, la riduzione dei parcheggi, l’introduzione di zone pedonali. A seguito di questi provvedimenti, la mobilità ciclabile sarà una naturale conseguenza.

  2. C’è anche un altro elemento del quale purtroppo su questo blog non si trova molto (purtroppo), che può essere definito con il termine di vicinanza: ormai in più o meno tutte le città i centri storici sono stati trasformati da luoghi di abitazione in bellissimi musei e gli abitanti espulsi in periferie difficilissime da servire in modo adeguato se non con l’automobile, complice anche l’agonia del piccolo commercio soppiantato dalla grande distribuzione organizzata e la continua cancellazione di presidi pubblici (sanitari, scolastici, postali etc) legittimata dalla “necessità” di riduzione della spesa pubblica.

  3. Il potenziamento del Trasporto Pubblico è solo una parte dei provvedimenti che vanno presi. Devono però essere integrati da politiche di contenimento del traffico. Ma tutto il discorso sulla mobilità deve essere compreso in un ripensamento delle nostre città, come è stato fatto notare, e delle relazioni con i territori circostanti. La cosa che mi rattrista è che questo argomento è visto da politici, tecnici e cittadini come un ritorno ad un passato triste e povero. Non da tutti, fortunatamente.

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